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GT Bicycles, 50 anni di avventure

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GT Bicycles è uno dei marchi iconici del mondo bici, soprattutto di quella parte con le ruote tassellate e sporche di terra. Fra vicende alterne fatte di grandi successi sportivi e guai finanziari, ha navigato per 50 anni in un mare non facile, raggiungendo un porto in cui riempire di nuovo la cambusa per prendere un’altra volta il largo.

Prima del garage…

Come buona parte delle storie a stelle e strisce, anche quella di GT non poteva che cominciare in un garage… In realtà, però, c’è un antefatto che ha plasmato il destino del marchio californiano.

Nell’estate del 1974, Gary Turner – un telaista di dragster – decise di caricare in auto il figlioletto Craig e la sua Huffy da 29 dollari, con la sella a banana, per portarli a Long Beach. Aveva sentito che in un campetto, i ragazzi del posto avevano costruito una pista con salti e gobbe e ci si divertivano con le loro Schwinn Sting-Ray. Guardando il piccolo Craig saltare e divertirsi in sella al suo ferro, decise che gli avrebbe costruito una bici più veloce e più sicura.

L’intuizione della svolta

Grazie alle sue capacità e alla sua esperienza, Gary realizzò un telaio piuttosto particolare, con la scatola del movimento rialzata in modo da lasciare più luce ai pedali sulle cunette. Utilizzò gli stessi tubi di acciaio che adoperava per il telaio delle auto da corsa e alloggiò il tubo sella attraverso il tubo orizzontale, oversize. Era più leggera e più bella delle altre biciclette utilizzate nel nuovo sport chiamato BMX. La bici di Gary Turner divenne in brevissimo tempo la più ammirata al campo di Western Sports-Arama a Santa Ana. E ogni ragazzino voleva una GT, soprannome con cui tutti chiamavano la bici di Turner. Gary cominciò dunque a realizzare telai anche per chi glieli commissionava finché, dopo aver conosciuto Richard Long, un negoziante di Anaheim, si mise in affari con lui e diede vita al marchio GT Bicycles.

Era il 1977. Il BMX ebbe un boom incredibile verso la fine degli Anni 70 e GT divenne il brand di riferimento. Il piccolo garage di Turner, a Fullerton, Orange County, si rivelò presto inadatto al volume di richieste che arrivavano da tutto il Paese, così la produzione si trasferì in un capannone e, alla fine del 1981, GT arrivò a fatturare 4 milioni di dollari.

Dal BMX alla MTB

A quello del BMX seguì il boom del MTBiking e Turner saltò con perfetto tempismo anche su quest’altro treno e le sue GT ottennero successo anche lì, era il 1984.
Lo fecero grazie a intuizioni geniali e alla capacità di osare e proporre soluzioni nuove e innovative, che insieme allo spirito del divertimento sopra ogni cosa, sono sempre state le peculiarità del marchio.

Per esempio il disegno del telaio a triplo triangolo, la sospensione a parallelogramma delle full suspended LTS, il sistema iDrive per svincolare la pedalata dall’azione della sospensione, l’immediata fiducia alla comparsa del movimento Gravel, il progetto “Superbike” (con telaio in fibra di carbonio e grafite senza toptube) che regalò agli USA due argenti olimpici ad Atlanta, nel 1996.

On the road

GT Bicycles cominciò anche a fare bici da strada. Era diventata una delle più grosse aziende di bici degli Stati Uniti, fatturava 150 milioni di dollari e vendeva 600.000 bici. Il 1996 fu però un anno terribile per il brand perché il cofondatore, Richard Long, morì in un incidente d’auto.

Nel frattempo, la società era diventata una controllata del gruppo Bain Capital. Accadde nel 1993, quando a causa del calo della popolarità del BMX e della pesante crisi de mercato delle MTB, Turner e Long si videro obbligati a cercare un partner finanziario. Nel 1998, Bain vendette GT a un altro gruppo di investimento – Questor Partners – per 175 milioni di dollari. Nel 2001, quinto anniversario dalla scomparsa di Long, Questors dichiarò bancarotta e GT Bicycles fu acquistata da Pacific Cycle, per poi entrare definitivamente nell’orbita della canadese Dorel Industries. Era il 2004 e, da allora, le acque si sono calmate.

Il cerchio si chiude

E Gary Turner? Seguendo ancora una volta il copione più classico delle storie a stelle e strisce, il finale è quasi scontato. Dopo vent’anni di vita tranquilla (lasciò GT nel 1999), passata aiutando la moglie nel suo negozio di antiquariato e giocando con le auto da corsa nella sua officina, il settantaquattrenne Gary “is back in the business, come dicono gli americani. E non poteva che tornare a saldare telai da BMX insieme a suo figlio Craig in una bottega di Orange, cercando di stare dietro agli ordini che piovono come gocce di un acquazzone tropicale.

Cominciò tutto al BMX revival show che si tiene nel Sud della California. Un evento nato in seguito al nuovo interesse verso la BMX, che da una decina di anni ha cominciato ad agitare la rete soffiando sul fuoco, mai spento, della passione di chi l’aveva vissuta negli Anni 70. A tantissimi dei ragazzi di allora e oggi uomini di mezza età, era venuta voglia di riscoprire le proprie radici, così, da qualche anno, hanno cominciato ad apparire sul mercato BMX con ruote da 26” e 29”, create apposta per poter essere guidate da chi non ha più dieci anni e non può pedalare bici da 20”.

Ovviamente, GT Bicycles già nel 1979 aveva progettato una bici fatta così, e i fan e gli appassionati di questo mondo se lo ricordavano bene. Ragion per cui, quando Craig si presentò a una delle più recenti edizioni di questo evento, la domanda che chiunque incontrasse gli faceva era “Tuo papà me ne costruirebbe una come quella di allora?”.
Quando Craig ne parlò a suo padre, la risposta di Gary fu perentoria: “Non se ne parla nemmeno!”. Però, aggiunse: “Ma, se vuoi, ti insegno come si fa…

Il cerchio si è chiuso e Gary è tornato esattamente dove tutto è cominciato, a un telaio di BMX costruito per suo figlio Craig.

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Mi piacciono le biciclette, tutte, e mi piace pedalare. Mi piace ascoltare le belle storie di uomini e di bici, e ogni tanto raccontarne qualcuna. L'amore è nato sulla sabbia, con le biglie di Bitossi e De Vlaeminck ed è maturato sui sentieri del Mottarone in sella a una Specialized Rockhopper, rossa e rigida. Avevo appena cominciato a scrivere di neve quando rimasi folgorato da quelle bici reazionarie con le ruote tassellate, i manubri larghi e i nomi americani. Da quel momento in poi fu solo Mountain Bike, e divenne anche il mio lavoro. Un lavoro bellissimo, che culminò con la direzione di Tutto MTB. A quei tempi era la Bibbia. Dopo un po' di anni la vita e la penna parlarono di altro, ma il cuore rimase sempre sui pedali. Le mountain bike diventarono front, full, in alluminio, in carbonio, le ruote si ingrandirono e le escursioni aumentarono, e io maturavo come loro. Cominciai a frequentare anche l'asfalto, scettico ma curioso. Iscrivendomi alle gare per pedalare senza le auto a fare paura. Poi, finalmente arrivò il Gravel, un meraviglioso dejavu, un tuffo nelle vecchie emozioni. La vita e la penna nel frattempo erano tornate a parlare di pedali: il cerchio si era meravigliosamente chiuso.

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