Il Surf a Pesaro, Dinamo e Palla di Pomodoro

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Testo e Foto di Filippo Sparacca

A seguito della nascita del comitato “Surf per Pesaro“, gruppo facebook al quale invitiamo tutti ad aderire e il cui scopo è sensibilizzare l’attenzione pubblica verso l’inefficacia delle scogliere come metodo di salvaguardia della costa circostante, vi proponiamo il racconto di uno dei pionieri del surf pesarese sulla nascita e lo sviluppo di una delle scene più attive d’Italia. E purtroppo, anche sulla triste fine di due spot da sogno…
Surf per Pesaro vuol coinvolgere non solo i surfisti, ma tutti gli amanti del mare e delle nostre spiagge  al fine di far vivere a pieno il nostro splendido paesaggio, senza muri di pietre all’orizzonte. Il gruppo sta preparando una raccolta firme per la rimozione di alcune scogliere (e finora l’amministrazione locale ha dimostrato attenzione al tema) per far rinascere le spiagge e i due famosi spot “il molo” e “la palla di pomodoro“, aree attorno alle quali si è sviluppata la storia che Filippo ci racconta nel testo seguente, una scena surf che ha permesso l’affermazione di uno dei brand di tavole più importanti d’Italia: Dinamo Surfboards (i surfers più maturi ricordano bene). Buona lettura!


Le prima due tavole shapate in casa – 1988: Nicola (sinistra) e Filippo (destra)

…Fine anni 70, avevo più o meno dieci anni e passeggiando con mio Padre mano nella mano lungo i corridoi di una fiera campionaria locale, mi bloccai di fronte al video che mostrava un surfista alle prese con onde gigantesche.
Non ricordo i motivi di quel filmato in quella fiera, però ricordo bene l’effetto che mi fece. Qualche anno dopo, 1984 per la precisione, mi si presentò l’opportunità di trasformare quella scintilla in un falò, che tutt’oggi, a distanza di trent’anni, ancora brucia. Nicola Pari (Il Nico), un caro amico d’infanzia bravissimo nei lavori manuali, mi mostra una tavoletta appena shapata e decorata dal padre, noto artista locale, derivata nelle forme da quelle che erano le tavole wave da windsurf di allora. Il Nico era un windsurfer naturalmente e frequentava una compagnia di ragazzi fortissimi con lo skate e il surf a vela, che per ovvi motivi venivano chiamati “i californiani” e che avevano cominciato a shapare tavole windsurf da soli. Della stessa compagnia fece parte qualche anno più tardi il più forte di noi sulle onde: Claudio Zanotti, per tutti lo “Zano”.


Palla di Pomodoro in una delle tante mareggiate da S-E degl’anni ’90

 La tavola era bellissima, linee d’acqua un po’ sbilanciate verso il nose ma bella spessa quindi particolarmente efficace nel sostenere il peso di una persona. Cominciammo ad usarla come un bodyboard, perché memore di quel filmato, credevamo fossero necessarie onde gigantesche per spingere un uomo in piedi sulla tavola. L’equazione però fu immediata: peso da steso = peso in posizione eretta. Il take off, non so perché, mi venne subito naturale. Una scintilla, una scarica di adrenalina, un momento indimenticabile. Era appena nato il surf da onda a Pesaro.
Lo spot che frequentavamo si trovava sul lato sud del molo di levante del porto di Pesaro, che da noi viene ancora chiamato “la Palata”. Le onde che prendevamo erano quelle da Bora. Aspettavamo la Bora come un regalo divino e i primi anni facemmo una fatica incredibile per riuscire a prendere le onde. Non c’erano surf-shops, né riviste del settore, né video didattici e neppure qualcuno con cui scambiarsi le esperienze. Dovevamo reinventare la ruota facendo tutto da soli. La duck-dive non esisteva così come la remata alternata, figuriamoci poi il leash; la paraffina era sostituita da un panetto di cera di quella usata per lucidare i mobili. Quelle poche onde che riuscivamo a cavalcare, sfiniti dall’ignoranza in materia, le surfavamo dritto per dritto sulla schiuma. Insomma niente ci venne in aiuto, se non la nostra fervente immaginazione e le nostre intuizioni.


La shaping room Dinamo Surfboards durante il periodo di piena attività

Sentimmo quindi la necessità di avere tavole più performanti, così Nico che era più grande di me e che faceva l’università a Firenze, vide da Morini Sport (un negozio locale) una tavola da surf della Ocean Pacific. Era un bellissimo fish, che oggi è pure tornato di moda. Non esitai a prendere il treno per Firenze, e arrivati al negozio metro alla mano,  rubammo le misure di quel prezioso oggetto. Tornare a casa, comprare il pane di polistirolo, la resina, la stuoia i colori e costruire l’archetto col filo di tungsteno per tagliare il pane, furono i passi successivi. In poco tempo fummo in grado di utilizzare tavole migliori, seppur auto costruite. Negli anni che seguirono continuai a praticare il surf in completa solitudine, soprattutto nella bella stagione, talvolta utilizzando la muta da sub che usavo per le immersioni. Non imparai a fare la duck dive, piuttosto risalivo il molo a piedi e mi buttavo dalla scogliera a monte della line up. A volte la mareggiata era così grossa da costringermi ad uscire terrorizzato. La passione però mi fece continuare.
Qualche anno più tardi, agli inizi degli anni 90, conobbi Albi (Alberto Gelsi) che a sua volta frequentava per via dello skate o del football americano, lo Zano. Con Albi decidemmo di shapare l’ennesima tavola e di li a poco cominciammo a frequentare lo Zano che all’epoca alternava le uscite in windsurf con quelle in bodyboard. Avevamo iniziato anche ad esplorare la costa, e scoprimmo spots che oggi, a causa del posizionamento scellerato delle scogliere frangiflutti, non esistono più.

 
FILIPPO SPARACCA – Palla di Pomodoro | anno: 1995

Comunque qualcosa finalmente c’era, c’eravamo noi e con noi la nostra passione. Cominciammo a viaggiare: Francia, Spagna, California, Marocco, Canarie, io stesso mi spinsi fino alla Nuova Zelanda. Imparammo tanto. L’esplosione definitiva ce la fece fare Lucio Vardabasso, che partì senza indugi per l’Australia dopo aver ricevuto risposta positiva alla sua richiesta di un lavoro presso una prestigiosa azienda di tavole. Lucio, apprese il mestiere, compilò quaderni di appunti e con il suo prezioso bottino fece ritorno a casa. Io e Lucio, decidemmo al suo ritorno di aprire la Dinamo Surfboards. In quegli anni, gli shapers erano veramente pochi, soprattutto ricordo D’Angelo (X Surfboards) e Giacomini (Pike Surfboards) di Roma, dove Lucio fece le prime esperienze. Il resto era tutto da fare. Con la Dinamo ci divertimmo molto, in breve tempo la qualità e l’efficacia del nostro prodotto si impose a livello nazionale, e per un certo periodo fummo sponsor di atleti importanti anche a livello europeo.
Organizzavamo photo-shooting, viaggi e iniziative di vario tipo in giro per lo stivale. Nello stesso periodo, naturalmente, il surf si sviluppò moltissimo in tutta Italia, nacquero le prime riviste, i video, una federazione.


Lucio Vardabasso e Filippo Sparacca – Dinamo Surfboards factory

A Pesaro, all’inizio di quel periodo, scoprimmo anche uno spot e un tipo di onda che mai avevamo notato prima. Successe che un giorno, durante una mareggiata da Scirocco, vedemmo un gruppo di surfisti romagnoli prendere le onde alla Palla. In un colpo solo, capimmo un sacco di cose. Da quel giorno la Palla divenne lo spot principale (non lavorava male neppure con la Bora). La palla per molti anni fu considerato uno degli spot più belli della costa nord adriatica. La forma dell’onda, la sua lunghezza e pure la collocazione dello spot a centro città, ne certificarono la qualità. Lo spot era proprio di fronte alla passeggiata sul mare della zona centralissima di Pesaro. Quando surfavamo, era uno spettacolo per tutti. La balaustra che circondava lo spot, lo rendeva un anfiteatro perfetto per il pubblico. Non faccio fatica a pensare che molti di quelli che vennero dopo di noi, si appassionarono al surf per motivi puramente esibizionistici. In ogni caso, noi ci sentivamo i re di quello spot. Io, Albi, Zano e Lucio e a seguire il Local, Max, Franci e Andri. In breve tempo altri ragazzi, che oggi sono più bravi e più motivati di noi, seguirono le nostre orme. Chicco, Rudy, Robi, il Rina, Richi, Gale, Tommy, Samu e tanti altri, continuarono a coltivare quello che noi avevamo seminato. Le amicizie si allargarono, le esplorazioni portarono tutti “un po’ più in la” in giro per gli oceani del mondo. Purtroppo mentre portavamo il nostro cuore a spasso per gli oceani, proprio nella nostra città, il nostro cuore veniva spezzato perché i nostri home-spot venivano cancellati per sempre dalla costruzione di nuove scogliere frangiflutti. Palla compresa. Alla Palla in particolare, continuammo a surfare anche mentre la chiatta calava gli scogli e chiudeva lo spot metro per metro. Ogni scoglio che veniva calato era una pugnalata.

Ancora oggi, passando di fronte a quei posti, sento un tuffo al cuore. So che succede anche ai miei amici. Ripenso alle giornate con loro, con le onde, inebriati di una magia che non è più tornata. Certamente abbiamo surfato tanto insieme, in altri spot. La Palla però, non avevi bisogno di organizzarla. Lei ti chiamava, tu rispondevi e andavi li ad occhi chiusi. Perché tanto sapevi che li, i tuoi amici, li avresti trovati di sicuro.
A Pesaro, grazie all’iniziativa di Rudy e Diego (un’altro bravissimo surfista) e degli altri ragazzi, è appena nato un comitato per la riconquista degli spot. Si chiama Surf per Pesaro ed ha una sua pagina Facebook. So che in brevissimo tempo ha già raccolto migliaia di iscrizioni e questo, mi rende particolarmente fiero, perché quella scintilla di quel lontano 1984, ha acceso un fuoco molto più grande del mio che non smetterà mai di ardere. Ne sono sicuro.


Righe perfette da S-E aspettano solo di trovare la secca giusta per srotolare al meglio: diamo il nostro contributo per la rinascita di due surf spot storici!