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 IL SURF IN CITTÀ

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A cura di FM

La surfista di città non ha un garage immenso con tanto di angolo tavole in bella vista ma
tiene le tavole in posti improponibili: in cantine minuscole dove entrano al millimetro, dentro casa nascoste in qualche pertugio, altre volte ancora, come nel mio caso, in delle rastrelliere in bella mostra dove ogni persona che entra dentro casa rimane a fissarle come di fronte ad una scultura del MoMA ripetendo: “certo ci vuole equilibrio è!?”, “Io non sarei mai capace”, “Ma surfate anche in inverno?”, “Certo che bella passione che hai!”, “Carino come hai sistemato qui”.

La surfista di città è sola. La nostra è circondata da gente che del surf non ne sa niente e che spesso rimane ad ascoltarla quando parla della direzione dei venti e di quanto odia lo
scirocco, solo perché gli vogliono un gran bene, ma in fondo non gliene frega una beata
minchia.
La surfista di città è circondata da persone che rimangono basite quando il venerdì sera le propongono una passeggiata per il sabato o la domenica e lei risponde: “devo vedere come entra, perché qualcosa dovrebbe entrare. Ti faccio sapere!”.
La surfista di città è circondata da persone che sì, del surf non ne sapranno nulla, ma sono i primi a sostenerla e a sorriderle mentre le dicono: “Sei Brava! Sei proprio una grande”.

Quindi, la surfista di città dedica sempre un pensiero affettuoso e di estremo rispetto a tutti gli amici che la osservano con gli occhi che sbattono ma che sono comunque felici per lei e di lei, perché la amano e percepiscono ciò che prova. Soprattutto, sono gli unici che sembrano dare credito a quello che dice dato che, almeno dove sta lei, essere presa sul serio da surfista è una bella impresa.
Come si diceva è sola ma è anche una piccola mascotte di quartiere. La surfista di città infatti si aggira con una tavola sotto il braccio ed uno zaino dietro alle spalle, tra strade trafficate, in mezzo a macchine parcheggiate o tra persone che la osservano con la stessa naturalezza con cui ognuno di noi osserverebbe un’iguana di fronte alla Feltrinelli.

La surfista di città si aggira noncurante, un po’ furtiva con in testa pensieri contrastanti in
bilico tra: “Sti cazzi ma che ne sanno questi babbani!”, “Sto attraversando la strada con una tavola sotto l’ascella in pieno centro città sì, allora!?!? Ho la macchina là mica è colpa mia!”, e “Penseranno che sono un esibizionista pazza”.
E così inevitabilmente diventa anche la mascotte del condominio.
I suoi condomini la incontrano spesso per le scale con la tavola lungo un fianco: la prima volta la osservano e la lasciano passare; la seconda provano ad abbozzare una domanda; la terza esclamano: “Ecco che parte! Dove te ne vai a surfare!?!?”. Altre volte ancora, nei casi più spudorati ma anche più teneri e meravigliosi, azzardano delle osservazioni e commenti: “Ma quella cosa che hai sopra la tavola è muffa!?!?” e tu “No no è paraffina, serve per non scivolare”; oppure: “Ho saputo che oggi fanno tre metri” e tu pensi “e vabbè tre metri magari!?!?” ma poi dici soltanto “Eee vediamo non si sa”.

E questo la trasforma magicamente in “Quella che fa surf“: quella strana, che si aggira su e giù per il palazzo scaricando tavole e portando mute bagnate; quella che si vede partire alla
mattina presto anche con le peggiori condizioni metereologiche e che ritorna la sera con i
capelli ancora bagnati ma il volto felice.
E se il surfista acquista magicamente fascino – perché con gli uomini anche quell’accenno di
stranezza viene sempre avvolto da una sorta di Fascino-Esotico-Incompreso-Misterioso e comunque “sempre da scoprire”- per la surfista la stranezza rimane solo stranezza. La surfista lo legge negli occhi delle persone, specialmente quelle adulte: “Ma dove cazzo va questa co ‘sta tavola, io boh, ma alla sua età poi! Comunque oggi non ci si capisce più niente, ti credo che non esiste più la famiglia”.

La surfista di città sta in città e non al mare e per raggiungerlo, nel migliore dei casi deve farsi un’oretta di macchina. Spessissimo accade che mentre si trova in macchina per raggiungere un certo spot (pregando a mani giunte di aver interpretato correttamente l’angolazione delle frecce e le sfumature dei colori: provare Lamma per credere)….le viene sempre in mente una frase che ha spesso sentito dire “Va bene le app ma il mare va visto!”. Frase verissima nella sua semplicità ma dentro di lei, mentre guida la sua macchina, immagina sempre la stessa risposta: “Grazie al cazzo che il mare va visto, ma io per vederlo devo farmi un’ora di macchina, mi potrà rodere un po’ il culo!?!?!”.

La surfista di città c’ha la macchina piccola -vive in città, e come la parcheggi una macchina di due metri in città? – quindi la tavola spesso se la carica sopra la macchina e non ha dei comodi van per cambiarsi; capita spesso che la surfista di città si faccia viaggi anche di ore con il moscone dentro alle orecchie e, se piove, con l’acqua che entra dentro l’abitacolo passando dalle fascette…la surfista di città sogna il portapacchi!
La surfista di città, spesso non capita dai suoi amici, presa un po’ per il culo dal condominio, nella sua piccola macchina super carica va sempre a surfare (non solo di sabato e di domenica e quando c’è il sole come lo stereotipo comanda), perché ama il surf e quello che il surf le dona ogni santa volta.
Lo ama talmente tanto che, nonostante tutto, ogni volta che ci sono le onde, prende la tavola e salta in macchina, perché sa che non potrebbe fare altro, anche se questo vorrà dire essere sempre la diversa in città (perché fa surf) e tra i surfisti “marini” (perché è una cittadina).
La surfista di città sono io, siamo tutti noi. Riconosciamoci con onestà e sorridiamoci perché, per abbattere uno stereotipo, non c’è cosa più potente che un sorriso di complicità.

Articolo a cura di FM

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