Intervista: Fabrizio Passetti, pioniere dell’adaptive surf in Italia

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Photo cover: @brazilphotosurf

L’adaptive surfing è una disciplina in costante crescita in Italia e nel mondo, questo grazie sia ad eventi competitivi che acquistano sempre più spessore e sia alle imprese incredibili raggiunte nel free surfing. In Italia il “surf adattivo” è nato grazie ad una persona che, ormai da diversi anni, sta dedicando completamente la sua vita per la crescita e la diffusione di questa disciplina: Fabrizio Passetti.

Abbiamo fatto una lunga chiacchierata con questo surfista cresciuto tra le onde di Varazze, per scoprire a fondo il suo punto di vista e mostrare a tutti le difficoltà che si celano dietro l’adaptive surf, disciplina che ha portato Fabrizio a raggiungere traguardi fino a qualche anno fa inimmaginabili.
Buona lettura!

Ciao Fabrizio, partiamo dalla prima domanda di rito: da quando fai surf? Dove e come è iniziato tutto?
Ciao Michele e ciao a tutti, ho iniziato a praticare il surf dall’età di 11 anni a Varazze, senza alcun dubbio uno degli spot più belli che esistono in Italia. Ho iniziato per caso, quando i miei genitori decisero di trasferirsi definitivamente da Genova nella seconda casa al mare a “Varazze”. Un giorno mi ritrovai a passare davanti al molo e vidi la mia prima mareggiata, con alcuni dei nostri pionieri del surf proprio lì in acqua, e rimasi stregato dal primo momento. In un istante mi avvicinai a quel mondo: lo stile di vita del surf a quei tempi, e l’amicizia, mi diedero il colpo di grazia.

Da quel giorno iniziai a mangiare, vivere e respirare, solo per quello. Vi ricordo che i miei anni erano quelli di “Momentum Generation” con surfer del calibro di Slater, Machado, Knox, Fletcher, Kalani Rob ecc ecc, fenomeni scapestrati, che hanno rivoluzionato quel mondo… di fatto non potevi non emularli e innamorarti di questo stile di vita.
In quegli anni l’Italia aveva un livello atletico dei surfer molto basso se confrontato ad oggi, e il valore dello sport, dell’amicizia, e specialmente del surf, non è paragonabile ad oggi.

Fabrizio durante il suo recente viaggio a Mundaka. Photo: @lightheframe

Alla vigilia del 18-esimo anno l’evento impensabile: come è cambiata la tua vita dopo l’incidente?
E si…vorrei dirti che non ha cambiato niente, che non abbia influito nella mia vita futura e nelle mie decisioni, giuste e sbagliate; ma sarebbe una balla enorme.
Purtroppo mi cambiò enormemente e mi ritrovai a scontrarmi con una realtà per niente bella in un’età in cui, un ragazzo, non dovrebbe mai vedere ne tanto meno vivere, quello che ho vissuto io. In quella età devi divertirti ed essere spensierato, la più grande preoccupazione deve essere “dove andiamo a surfare o cosa organizziamo nel weekend“, invece ero immerso in una realtà completamente diversa, fatta solo di preoccupazioni, paure e di continui cambiamenti, una cruda realtà.
Era “La vita vera“, quella che nemmeno nei tuoi incubi potevi minimamente pensare potesse essere reale.

Ma se ripenso a molti episodi, li rivedo quasi come barzellette e con il sorriso ancora sulla bocca, come i ricordi delle notti trascorse dalle suore, “i santi” che tiravamo giù con il mio amico di camera, lui amputato di un braccio…. io che prendevo botte ogni volta che tentavo di scendere dal letto… e lui che non riusciva ad aprire una lattina di coca cola… Waooo in due non facevamo un uomo, le risate che ci facevamo e la forza che ci davano prendendoci in giro a vicenda erano impagabili.

Ne avrei milioni di aneddoti come questi, racconti di persone che ho incontrato nel mio cammino… ma ho anche tanti altri bruttissimi ricordi: come vedere la propria famiglia cambiare completamente lo stile di vita, per pagarti le varie operazioni e i vari ricoveri all’estero, pian piano vedi andarsene i tuoi anni, tutto tra tra le mura di ospedali e di  reparti infettivi, ero in mezzo a gente veramente malata, in mezzo a tossici che si piantavano l’ago in vena nei corridoi dell’ospedale.

Nei centri protesi vedevo famiglie disperate, perchè non avevano i soldi per pagare gli ausili protesici per far camminare i propri figli, s’indebitavano anche l’anima, persone felici e fortunate da un lato e persone depresse e disperate dall’altro. In molti momenti ho pensato di togliermi la vita.

Ma come puoi capire, anche se ti metti a spiegarlo velocemente, tutto questo ha influenzato sulla mia crescita di vita, emotiva e fisica.
Il problema è quando torni alla realtà e inizi a vedere tutte le semplici cose in maniera diversa, e nella maggior parte delle volte non riesci più a capire le problematiche degli altri, pensi solo che siano “stupidate”.
Sembrerà strano ma la cosa più brutta non è stata tanto la mia disgrazia, ma vivere in un sistema come il nostro, dove vedi perderti nella burocrazia infinita.

Fabrizio oggi, tra le onde di casa a Varazze. Photo: Roberto Silverio

Quando hai iniziato a pensare di tornare in mare?
Fin da subito.
Il primo giorno che mi sono risvegliato nel reparto di terapia intensiva, è stato il mio primo e unico pensiero, sono state proprio le prime parole che dissi ai medici, ai familiari e agli  amici… Avresti dovuto vedere la mia stanza piena di poster e video-cassette di surf ovunque. Fortunatamente ai quei tempi internet non esisteva, altrimenti sarei diventato YouTube dipendente.

I tempi erano decisamente diversi e parlando di protesi per entrare in acqua, in Italia non esistevano e il surf “adaptive” non era per niente conosciuto.
Era una lotta continua spiegare quello che mi serviva per fare il surf e come l’avrei voluto, c’era praticamente già tutto, perché la meccanica degli ausili protesici di base non ha fatto grossi cambiamenti negli ultimi anni.
Bisognava ascoltare solo un po’ di più e sicuramente sarei stato il primo amputato al mondo a fare surf.
Ad oggi le protesi per gli sport acquatici sarebbero più funzionali.

Il percorso di riabilitazione è stato lungo e tortuoso: cosa hai provato la prima volta che sei tornato a scendere un’onda?
Si lunghissimo, veramente troppo lungo e difficile.
La mia amputazione, dopo quella inguinale, è la più difficile da protesizzare, non ho appoggio e leva dove agganciare la protesi e la mia articolazione del ginocchio ha il 40% con gamba annessa.
Intendi la prima volta che ho surfato realmente un’onda?
Avevo Tanta rabbia, perchè la mia testa sapeva cosa dovevo fare su quell’onda, anche gli occhi la vedevano, ma il corpo faceva tutto l’opposto di quello che la mia testa chiedeva di fare.

Ancora oggi provo una gioia e una scarica d’adrenalina enorme quando faccio surf, ma provo anche tanta rabbia ogni volta che le manovre non entrano come vorrei.
Questa però è anche la competitività dell’atleta, essere sempre critici con se stessi e non essere mai soddisfatti, e ti assicuro che, chi ti dice il contrario, non ha mai fatto sport a livello agonistico e di certo non è un atleta.

Fabrizio a Varazze. Photo: Sandro Barbieri

Oggi vediamo l’adaptive surfing come qualcosa di possibile per tutti, ma sappiamo che quando è capitato a te non esistevano protesi per il surf. Raccontaci come sei arrivato a progettare la tua protesi e il lungo percorso che ti ha portato alla realizzazione di quella che usi ora per surfare.
Dipende tanto cosa si intende per adaptive surf, ora è una “categoria riconosciuta” come “adaptive surf”.
Ma le prime volte che entravo in mare, appena dopo il mio incidente con il bodyboard e poi con la tavola in Kneboard, era un bellissimo modo per entrare in acqua e stare a contatto con la natura (kneeboard, un bodyboard, una canoa). A me non è mai piaciuto “ma questo è un gusto del tutto personale”, erano discipline diverse.
Oggi è una sola ed unica disciplina chiamata “ADAPTIVE SURFING“.

Vedi persone paralizzate fare cose incredibili, faccio solo qualche esempio: Kyle Richardson che si butta da una montagna d’onda (North Shore, Ohau), Bruno Hansen, Christiaan Bailey che si lancia da vere bombe e molti altri…mi sono ricreduto e ho detto anche questo è surf.
Questi atleti sono veramente di grande ispirazione, e non oso nemmeno immaginare le palle che ci vogliano per prendere quelle onde con una paralisi alla schiena (immaginate cadere o trovarsi a fare un dive davanti a delle onde del genere usando solo le braccia, oltre a tutta la preparazione per entrare in acqua, mettere la muta etc), ho la pelle d’oca.
Persone come loro sono pura ispirazione.

Come sono arrivato progettare la protesi?
Per disperazione.
Per chi non lo sapesse, io 6 anni fa rischiai di perdere di nuovo la gamba, questa volta fino all’inguine. Per gli ortopedici una volta guarito, sempre che lo fossi realmente, avrei dovuto utilizzare un sistema di protesi con un busto, quindi con la gamba fissa rigida.
Questa diagnosi venne per altro dai medici Inail, centro protesi che viene sponsorizzato dal comitato italiano paralimpico. A causa delle infezioni dovetti lasciare il mio lavoro.
Tornai in ospedale e ripresi a fare camere iperboliche, operazioni e cure antibiotiche per 6 mesi, trascorsi i quali tornai ad allenarmi.
Nuotavo per lo più in mare d’inverno, con la muta, fin quando riuscì a debellare l’infezione dal mio osso per la milionesima vota.

Questa infezione era causata dal peso eccessivo della protesi ed i protesisti dell’Inail continuavano ad usare una protesi sbagliata.
Avevano montato una gamba che andava a colpire sul femore, andando ad intaccare l’osso. Quando l’infettivologo chiese ai dottori di rifarmi una protesi per vedere se avessi potuto riprendere a camminare i centri protesi, quelli di cui sopra, dissero di no!!
Non volevano responsabilità e affermavano che il problema fossi io.

La mia disperazione fu tanta tanto che chiesi ai medici di amputarmi il ginocchio, volevo riprendere in mano la mia vita, tornare a lavorare e a fare qualcosa, insomma e stare con mio figlio…ma nulla di fatto.
Quindi presi la mia ultima decisione, l’unica che vedevo plausibile, e dissi a me stesso “Se devo perdere la gamba la voglio perdere a modo mio ritornando a far surf“.

Vendetti tutte le mie cose, misi un po’ di soldi da parte e mi ricostruii una protesi con i pezzi delle vecchie protesi, cercando di preparare una protesi che mi permettesse sia di camminare e sia di entrare in acqua.
La farcii con parecchio scotch da pacchi e altrettanto silicone e partì per la mia destinazione, la mia meta: Padang Padang…perchè o vai sul grosso o te ne torni a casa.
Botta su botta, facciata su facciata mi rialzai…ovviamente non a Padang ma Canggu…iniziai ad avere visibilità mediatica ed alcuni centri protesi iniziarono a lavorare con me.

Oggi sono in grado di fare ogni genere di sport e farli anche piuttosto bene (a livello paralimpico faccio l’80% degli sport che ci sono a livello di nazionale), insieme ad amici ortopedici anche loro sportivi arrivai a realizzare delle gambe quasi perfette per molti tipi di sport.
E ad oggi cammino, FACCIO SURF, semplicemente vivo, grazie alla ITOP OFFICINE ORTOPEDICHE, una delle poche aziende ortopediche del settore  italiano veramente competenti e grandiose, un’eccellenza che mi HA ASCOLTATO, dono questo che come potete capire è piuttosto raro.

Fabrizio nell’isola degli Dei, Bali. Photo: @photoinwater

Sappiamo che sei chef di professione: quali difficoltà hai trovato nel tuo lavoro in questi anni? Oggi cosa fai nella vita quotidiana?
Il mio lavoro era quello dello chef. Non solo era un lavoro ma anche una passione.
Negli anni in cui non potevo praticare il surf, era diventata la mia passione ed era l’unica cosa che si avvicinava a darmi delle emozioni come il surf e a farmi risentire un uomo completo.

L’adrenalina dei servizi per centinaia di persone, le grandi soddisfazioni personali e lavorative che mi ha dato questo lavoro forse nemmeno il surf me le ha date.
La scelta del mio lavoro non mi aiutò nel percorso da amputato, perchè quando ripresi a camminare, andai a lavorare in molti posti, anche gratis: panetterie dei miei amici per fare il pane, pasticcerie, pastifici e ristoranti per destreggiarmi di nuovo in cucina e per vedere se avessi potuto reggere quei ritmi.
Appena vidi che ci riuscivo presi il primo volo e mi trasferii nel sud est asiatico, sempre con una tavola sotto braccio e la speranza di poter tornare a surfare un giorno.

Per qualche anno iniziai a lavorare come chef per catene di ristoranti e alberghi molto conosciuti, ma dovetti tornare in Italia per via di quelle infezioni di cui vi ho raccontato prima, dovute alla protesi troppo pesante.
Ma non mi arresi e volli continuare… nacque mio figlio e decisi di dedicarmi ad un’altra avventura, aprire un ristorante tutto mio…in poco tempo divenne uno dei ristoranti più conosciuti a Savona.
La mia vita sembrava di nuovo ripartita!

Ma non fu così.
La mia socia morì e allora fui costretto a vendere tutto, da solo non sarei riuscito a portarlo avanti.
Tra un’operazione alla gamba e un’altra continuai a lavorare in cucina entrando in società per un ristorante…e poi accadde quello che vi ho raccontato prima.
Mi riconobbero il 100% di invalidità permanente (270 euro di pensione) per la legge 68 (Cos’è la legge 68? In poche parole dice che dal momento in cui tu non puoi più svolgere la tua mansione lavorativa in quanto persona a rischio lo stato è obbligato a farti entrare in una categoria protetta, quindi trovarti un lavoro idoneo a te differentemente da quello che facevi, ovviamente mai trovato).

Fu qui che decisi di portare in Italia una disciplina chiamata “adaptive surfing, lo scopo era quello di farlo diventare un vero e proprio lavoro.
Rientrato dai mondiali, i secondi in cui io ero il responsabile Fisurf dell’adaptive, sulla carta mi diedi da fare per inserire i primi due ragazzi nella categoria, Massimiliano e Fabio (Mattei e Secci, ndr).
Una volta rientrato dalle gare venni chiamato da Pancalli, Presidente del Paralimpico, perchè il tg5, Studio Aperto e altre 20 milioni di testate giornalistiche avevano reso nota la mia situazione di vita e la mia attività sportiva, oltre ai lavori nel sociale come la beneficenza per Wafi, come promotore dell’adaptive surf e ambasciatore per la Flying Angels, subito dopo poi la collaborazione con Surf4children.

In queste interviste feci notare che nessuno mi stava aiutando ne per una gamba per camminare ne tantomeno per fare surf.
Il presidente mi diede appuntamento per parlare dell’adaptive e dell’aiuto che voleva darmi. Durante questo incontro portai con me anche 2 dei medici della Surf4children.

Gli mostrai il programma adaptive che avevamo fatto: c’era tutto quello che serviva per l’adaptive surfing, le sue parole furono palesi: “Io non sapevo neanche che esistesse questo sport finchè non ho visto te e quello che mi hai fatto vedere, non c’è la federazione riconosciuta, ma per quanto mi riguarda voi stessi potete essere la federazione!“.
Ho riportato le sue parole testuali.

Nel programma c’era la mia associazione sportiva STAND WE SURF, associazione con tutti requisiti per essere anche una onlus, perchè oltre l’adaptive surf come sport la mia associazione voleva aiutare i bambini Asl ad avere ausili sportivi da bagno.
“Direi uno scopo notevole puro e bello” – dove all’interno del programma c’erano atleti, tecnici ortopedici come Luca Laporta, medici, istruttori di surf… direi tutto quello che serve all’adaptive e anche qualcosa in più!
Raccontai anche la mia storia e feci capire che non avrei più potuto fare il mio lavoro e gli feci capire che avrei voluto lavorare nello sport e darmi da fare nel sociale. Chiesi a lui un consiglio e la sua risposta fu questa: “Io al momento non posso fare niente, sarà la federazione riconosciuta dal coni a fare“ – “Sarà la fisw a darti un posto di lavoro in questo sport in cui ti stai dando da fare. O altrimenti, un altro consiglio che ti posso dare lascia lo sport e riprendi a fare il tuo lavoro”.
(Cazzo ma allora non ci siamo capiti bene, non posso svolgere più il mio lavoro altrimenti non ti facevo queste domande…pensai subito!)

Intanto Sono passati esattamente 3 anni e non ho ancora visto nemmeno mezza delle protesi che aveva detto al tg5… e esattamente 1 anno e 6 mesi dall’appuntamento che doveva darmi per strutturare la scuola di surf. (Avete più fatto caso che uscivo sulla gazzetta dello sport paralitica ogni 2 settimane e ora non ci sono più? Bene io si..fate 2 conti).
Con la FISW avevo anche visto uno spiraglio di luce ma fu invano, anche nella Federazione non si è arrivati a nulla di fatto, hanno ridicolizzato l’Adaptive surfing, lo hanno reso il contrario di quello che avrei voluto.

Iniziai in Italia fiducioso delle parole dette inizialmente, tanto che fui il primo tesserato come tecnico in Italia, pubblicizzai la prima scuola di adaptive con location, videomaker, Studio Aperto, invitai alcuni disabili e amici atleti, e la nazionale.
Tutte chiacchiere, ho buttato nuovamente soldi e tempo per non sentirmi riconoscere nemmeno ciò che ho fatto. Ad oggi non lo so, tornerò di certo a fare il cuoco per la stagione? Incrociando le dita e sperando di non farmi male.

Oppure potrebbero spiegarmi come mai è stato dato uno stipendio a due ragazzine, senza niente togliere a loro che sono molto brave, delle fiamme oro, per meriti sportivi… vorrei capire come è possibile che si diano riconoscimenti del genere e vorrei capire con quali canoni scelgono atlete che non vivono neanche in Italia…
Io dopo il percorso fatto e che sto facendo, avendo promosso e portato questo sport in questo paese, uno sport che nel 2024 sarà paralimpico, inventando protesi in Italia per fare questo sport, non ho nemmeno supporto per gli ausili sportivi!
Ma perché ci prendiamo in giro? Ma cosa sono questi hashtag #distantimavicini? Per quel che mi riguarda non siete mai stati così lontani.

Fabrizio con il suo migliore amico di Bali, @megasemadhi. Photo: Federico Vanno @liquidbarrel

Poco tempo fa ti hanno mandato dagli Stati Uniti una gamba per correre, come vieni supportato dalle istituzioni per fare il tuo sport? Non ho capito bene la differenza tra Inail e Asl.
Inail (invalido sul lavoro), Asl (invalido civile): qui ci sono le cose peggiori riguardo le difficoltà dell’handicap nel nostro paese, perchè le problematiche fisiche sono le stesse, ma le leggi totalmente diverse.

L’inail: dice che una persona  amputata per svolgere una vita dignitosa ha diritto a 3 protesi l’anno, 4 se svolge uno sport (quindi con piedi dinamici o altro, non importa la fascia di età lo può richiedere anche un ottantenne, anche se la protesi non viene usata per lo sport stesso), con una pensione da 900 |1000 euro variando dal lavoro che svolgeva, hanno in più agevolazioni per gli spostamenti ospedalieri, ricoveri gratis e soldi in più durante il ricovero, per il tempo che stanno al centro protesi in attesa della consegna della protesi stessa.

La Asl: afferma che una persona amputata ha diritto a due gambe ogni 3 anni (ovviamente base, ogni pezzo come piede, ginocchia etc va pagato di tasca propria ) e 270 euro al mese e tempistiche burocratiche infinite e, ovviamente, ogni cosa pagata dal paziente.

Ora pensa che l’Asl include bambini, ragazzi e adulti che non lavoravano, pensa che la gran parte di essi sono molto giovani…ora tu dimmi come farebbero a praticare gli sport? Una protesi che dura un anno ha di costo tra gli 8 e 10 mila euro, gli spostamenti per molti sono sui 250/300 per tre giorni…ma lo sport non dovrebbe essere fatto per i ragazzi?
Per i ragazzi giovani o per noi vecchi?
Lo sport specialmente agonistico, non serve per lo sviluppo psicofisico del ragazzo? Non deve aiutare l’autostima del bambino o ragazzo e aiutarlo a non prendere strade sbagliate? A quanto pare…no!

Per questo motivo gli sport paralimpici sono tutti di età mediamente più vecchie, perchè siamo noi a pagarli dalle nostre buste paga.
Il mio impegno era proprio quello di aiutare i ragazzini a fare il mio sport con meno difficoltà ma provando a farli diventare 100 volte più forti di me. Ma come potrei fare, se non vengo nemmeno aiutato io, ad aiutare gli altri?

Fabrizio in uno dei suoi tanti tubi presi a Bali. Phoro: @enriquerodriguez_1

Parliamo di gare: il 2015 ti ha visto partecipare per la prima volta ai mondiali ISA di adaptive surfing in California: com’è stata questa esperienza storica per il surf italiano?
E’ stata una esperienza indescrivibile, meravigliosa, tutti noi facevamo parte di un giorno nuovo e storico per il surf. E’ stato un susseguirsi di emozioni: le fatiche per arrivarci, il crowdfouding, l’incoraggiamento di molte persone sui social che si erano appassionate alla mia storia, molti dei quali di seguito sono diventati veri amici, l’agitazione, l’adrenalina…è stato un mix di emozioni impossibile da descrivere.

Tutti i ragazzi con lo stesso amore e passione per questo sport con problematiche fisiche e di trascorsi di vita diversi, una grande famiglia, ci consigliavamo a vicenda per le protesi, per le tavole etc, chi dormiva in grosse roulotte chi in motel chi come me in garage da amici, si respirava il surf.
E’ stato un evento oltretutto molto grosso, chiusero il centro di San Diego per la parata con il sindaco, c’erano personaggi come Bob Hurley, Robb Machado e molti altri, ho ancora il ricordo del rito della Isa di versare la sabbia del proprio paese nell’ampolla, io ovviamente la presi dalla spiaggia dietro di San Diego.

Ero l’unico a rappresentare l’Italia sia come tecnico che come atleta, quindi dovevo tenere sia la sabbia sia la bandiera italiana sul palco in piazza, davanti agli spettatori di San Diego. Venne Fernando Aguerre, grande persona, a tenermi la bandiera italiana e a sventolarla, io versai la sabbia ahaha… fu un momento indimenticabile, come quello di vedere la propria foto del carve sulla Jolla light, il giornale di San Diego che annunciava il primo adaptive surf della storia.

Vedere l’immagine del primo adaptive surf championship con la mia foto storica della Hurley, che mi avevano chiesto se potevo posare per loro ed erano il main sponsor dell’evento. Ho avuto la fortuna di essere tra i primi ad aver ricevuto la borsa viaggio del Caf, quella fantastica associazione che mi supporta tutt’ora…ero di nuovo tornato dopo 15 anni a far parte del mio mondo, il mondo del surf.

Fabrizio risale verso la lineup di Mundaka, in Spagna, durante la recente esperienza che ha visto anche il lancio del suo nuovo video. Photo: @lightheframe

Ti va di spiegarci brevemente com’è organizzato il Para Surfing, dalle varie classi al format di gara?
Certamente, le categorie sono 8, tutte molto diverse l’una dalle altre.
La prima è Para surf stand 1. Che significa? Sono persone con amputazione di braccia, mani, o paralisi parziali o totali di arti superiori…Questa a mio avviso è troppo difficile da valutare, troppa differenza tra l’uno e l’altro.

Stand 2: amputati sotto il ginocchio o differente lunghezza della gamba o persone affette da nanismo… anche questa difficile da valutare, perchè troppa differenza tra le tre problematiche fisiche.

Stand 3: amputati sopra al ginocchio, la “mia categoria”.

Stand 4: amputati bilaterali o unilaterali, quindi o entrambe le gambe amputate o solo 1 ma che si alzano in kneeboard.

Prone 1: persone con paralisi spinale ma che non hanno bisogno di aiuto per arrivare alla line up.

Prone2: persone con paralisi spinale grave, che devono essere supportati sulla line up.

Empire 1: non vedenti ma che possono parzialmente vedere ombre etc

Empire 2: non vedenti completi.

Come puoi vedere le categorie sono molte, ancora non del tutto precise, ma devo dire che in questi anni sta prendendo la giusta forma, come tutti gli sport paralimpici nuovi ci vuole del tempo per determinare le categorie giuste passo dopo passo.
L’adaptive surfing si sta sviluppando molto bene nel mondo, c’è ancora forse molta differenza atletica tra gli atleti per un campionato mondiale, penso che l’evento dovrebbe essere diviso in categorie in giorni diversi e luoghi diversi, per dare il giusto modo di esprimere agli atleti facendolo diventare più spettacolare e far sì che anche i normodotati possano appassionarsi a questo sport, che deve essere di ispirazione per tutti.

 

Negli ultimi anni si sono aggiunti diversi nomi italiani all’adaptive surfing, complice anche il supporto della federazione. Come mai non hai più partecipato ai mondiali?
Prima di tutto vi allego con un bel copia e incolla la mia risposta all’ultima convocazione che mi è arrivata per il mondiale, così che tutti voi possiate capire bene senza fraintendimenti.

“Buonasera vi ringrazio per la convocazione, ma quest’anno dovrò rifiutare per la terza volta, a malincuore.
Ma ci tengo a spiegare le mie motivazioni onde evitare malintesi.
Come già anticipato al Presidente, ho molti problemi economici e non mi è stata accettata nessuna delle richieste di contributi per ausili sportivi da me avanzati, in quanto risulto tesserato con una società sportiva extra regionale (per quanto riguarda il bando della Liguria come allegato qui sotto).
Sfortunatamente non ho nemmeno avuto sovvenzioni dal challenge athletes foundation.
Aggiungo che i miei contratti di sponsorizzazione sono terminati.
Come vedrete qui sotto nella scheda tecnica della protesi (surf adattato),in allegato le spese che vedrete sono parecchio elevate (costo 4200), senza parlare degli spostamenti dalla Liguria per andare a Roma e fermarmi più volte per le prove.
Ogni anno la protesi va cambiata, compresa la cuffia modulare in silicone  (prezzo 800 euro) all’incirca ha di durata “6 mesi “. Potete solo immaginare in questi 6 anni che ho portato la disciplina dell’adattive surf in Italia quale sia stato il carico di spese a cui ho dovuto far fronte, solo per passione e l’amore del mio sport.
Spero che capiate la mia frustrazione, non tanto per il mondiale in California che poco mi importa, ma per la possibilità che molto probabilmente mi avrebbe offerto la WSL per competere a luglio alla Padang Padang Cup ed essere il primo amputato dopo Bethany Hamilton a competere con i campioni normo in questa prestigiosa gara.
Ultimo, e questo è un mio parere personale, bisognerebbe coordinarsi meglio per quanto riguarda questa disciplina molto bella e per niente semplice, che nel nostro territorio dall’inizio della mia promozione “di questo sport” sta regredendo invece di progredire, specialmente a livello mediatico, promozionale e organizzativo. Penso che i soldi privati e pubblici destinati all’adaptive surf “per quanto pochi” non dovrebbero essere solo utilizzati per 2 gare l’anno (sentendosi 1mese prima) ma bensì per lo sviluppo dello stesso. Più che un mondiale sembra una vacanza spesata a scopo ricreativo. Non parlo solo per me ma specialmente per le generazioni avvenire che inizieranno l’adatptive con le stesse identiche problematiche di adesso. Il prox anno non lascerò che quello che ho creato con tanti sacrifici e fatica venga rovinato in questa maniera.

in bocca al lupo ai ragazzi con affetto

Fabrizio”

In più vi dico una cosa, le categorie di disabili a livello economico sono veramente diverse, un amputato spende 10 volte quello che spende un’altra categoria perchè oltre al materiale tecnico per il surf devi aggiungere 6000 euro annui per la protesi…manutenzione e tutto il resto.
Ps: pensate che a me fare una vacanza spesata di 10 gg in California avrebbe fatto schifo? Purtroppo mi hanno cresciuto con dei valori.

Fabrizio sull’onda di Mundaka, Spagna. Photo: @lightheframe

Cosa pensi si possa fare per migliorare la crescita dell’adaptive surfing italiano?
Non esiste ancora assolutamente niente ad oggi in italia, l’adaptive surf non si dovrebbe limitare a una chiamata l’anno, un articolo, un comunicato stampa e poi fine. Metterei subito immediatamente persone competenti, che sanno cosa sia il surf in primis.
Metterei una persona che fino ad ora si è data da fare per promuovere questo sport nel mondo, io avevo iniziato questo percorso nel modo più giusto possibile, senza un quarto di fondi e appoggi politici che possono avere istituzioni solide come la fisw, il Coni e il Cip.

Metterei a lavorare persone che sanno di cosa si stia parlando, invece di dare tutto in mano a gente poco competente nel surf; si sarebbe dovuto fare promozione nei vari centri protesi riabilitativi con video, per far capire quanto sia bello questo sport e utile a livello riabilitativo e mentale. Perchè questo è un vero sport completo, che può aiutare la ricerca e lo sviluppo degli ausili protesici nella vita di tutti i giorni, e che veramente significa sfidare i propri “limiti fisici”.

Aiuterei burocraticamente le persone a ricevere così ausili sportivi per questo sport, farei ritiri con la nazionale, lancerei crowdfunding per gli atleti come fanno in tutte le altre parti del mondo, cercherei fondi e sponsor per allenarsi realmente, aiuterei a trovare bandi regionali, nazionali ed europei per far ricevere ausili sportivi agli atleti. Inizierei ad organizzare Contest, surf camp, farei come tutti nel mondo che organizzano un circuito come fosse un QS.
Nel Mondo ai pionieri di questo sport viene dato il giusto spazio, che valori dai facendo un gruppo di persone che praticano surf un paio di volte l’anno e li mandi a fare i mondiali così, solo perchè sono disabili? O perchè sei obbligato ad usare fondi pubblici e privati che ti vengono dati. Avete più visto amputati fare surf in Italia dopo di me, o dopo quelli che ho portato io? (In questi anni mi hanno chiamato moltissimi amputati chiedendomi cosa dovevano fare per iniziare questo sport).

Questo è un insegnamento sbagliato ed una grossa mancanza morale e civica. Cosa significa che siamo tutti uguali? Se fosse così non esisterebbero i risultati nelle competizioni e ogni normo dotato giocherebbe nell’nba, serie A, WSL ecc…
Capisco che non si possa  pretendere troppo, dato che anche per il surf open noto che serve ancora un certo assestamento.
Lo dimostra il campionato nazionale di surf, che attualmente si è ridotto ad una singola gara a Capo Mannu. In questo modo non può valere molto a livelli di punteggio in Italia e nel Mondo, in un certo senso ha solo diviso il surf in tante piccole realtà.
Il bello delle gare è l’aggregazione, surfare onde diverse in competizioni diverse, visitando luoghi e onde differenti in Italia, è un modo anche per fare aggregazione tra i ragazzini italiani di talento che iniziano…

Parlando di free surf abbiamo visto impegnarti su diversi fronti, dal video di Bali all’esperienza di Mundaka: com’è andata? Vuoi anticiparci qualche progetto futuro?
Non ero andato a Bali per fare un video, ero andato a Bali per allenarmi e provare a surfare Padang Padang che è sempre stata una delle mie onde preferite al Mondo. Quel piccolo video è stata una conseguenza di 4 giorni di surf, per promuovere l’adaptive surfing e avere un po’ di materiale video e fotografico per i profili social, per cercare sponsor, avevo troppo poco budget per fare un video, ma mi sarebbe piaciuto molto farlo!

Realizzare un bel documentario con una gran parte di action vero è sempre stato un mio sogno. Ma non poteva andare meglio di così in così poco tempo, mi sono preso tutte le soddisfazioni che un surfista possa volere, sono finito in quasi tutte le riviste e siti del pianeta, compreso la WSL (e senza andarci grazie al coronavirus) ovviamente mai condiviso ne dalla fisw e ne dal paralimpico.

 

 

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Un post condiviso da Fabrizio Passetti (@fabriziopassetti) in data:


Si il mio percorso era quello di surfare Nazare ed altri big spot, è da anni che ci provo per Nazare. Avevo contattato anche McNamara ma senza successo sfortunatamente. In seguito lo ha fatto un altro mio amico che, a differenza mia, ha trovato i fondi per farlo! Ma se lo merita!

Si Mundaka è stata un’esperienza bellissima, ho conosciuto dei grandi nuovi amici come Stefano Gagio e Antonio Zito, avevamo iniziato girare un video per proiettarlo al SOUL HANDS FESTIVAL ma è stata l’unica volta nella vita in cui ho provato paura. Erano i 3 fra i più grossi giorni dell’anno a Mundaka, infatti avevano chiamato il big wave contest a Punta Galea! Non ero pronto, mi sono visto la morte in faccia ahaha.
Le settimane successive avevo quasi paura a rientrare a Varazze dall’ansia che avevo! Purtroppo l’abbiamo dovuto bloccare per il covid ma ci rifaremo!

Progetti spero di trovare un lavoro che mi dia la possibilità di iniziare la vita con le persone che amo,e che mi permetta di tanto in tanto pure di fare il surf.
Spero che questa intervista possa fare chiarezza al mondo dei surfisti e che tutti diano il giusto peso a quello che ho scritto. Se i surfisti italiani dicono di amare il surf veramente allora spero che diano una mano supportando chi “penso lo meriti realmente.

 

Sotto: altri scatti di Fabrizio tra le onde di casa, di Bali e alle Maldive.
Photo: Roberto Silverio, Brazilian Photo Surf, Federico Vanno @liquidbarrel, @maldivesurfphotographer, @sonofabishopphotography

sonofabishopphotography

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