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Io, la Tavola e il Van: chapter 1

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Viaggiando senza freni ai tempi del coronavairus

Testo: Giacomo Spigariolo & Enrica Marra | Photo: Giacomo Spigariolo
Vieni con me ti racconto un’avventura! Sono Giacomo, avevo un lavoro, una ragazza e una casa in affitto, ora ho solo un van e una tavola da surf… e sono felice.
Se pensi che ti parli di gigantesche onde perfette ti sbagli, questa è una storia di un viaggio in cui la parola chiave è libertà. Ho sempre amato la libertà e, nonostante vivessi sull’Adriatico, l’ho trovata nel surf. E’ grazie al surf che il 20 settembre 2019 fu per me un giorno decisivo.

Erano anni che lavoravo tanto per poter godere di un paio di settimane di ferie durante le quali surfare, ma non mi andava più bene. Quel giorno andai al lavoro con il pensiero che qualcosa dovesse cambiare, passai il portone dell’entrata e timbrai il cartellino; lo ricordo benissimo quel bip bip, continuavo a ripetermi che forse sarebbe stata l’ultima volta che avrei timbrato da matricola 85007, che magari quello sarebbe stato il giorno del cambiamento.

Invece no, tutto proseguiva secondo la più monotona routine, fino a quando non venni convocato dal mio capo. Sulla scrivania dell’ufficio un ottimo contratto a tempo indeterminato, il mio titolare mi sorrideva soddisfatto, ma il mio corpo si muoveva al rallentatore e quando le dita arrivarono alla penna, alzai lo sguardo e dissi “No, grazie!”. Preferivo la libertà.

Uscendo dall’ufficio mi sentivo leggero e così felice che qualcosa fosse cambiato … in realtà ero stato io a far sì che succedesse. Ero veramente troppo entusiasta per la nuova vita che mi aspettava … oddio cosa mi aspettava? La casa, la macchina, la ragazza, i coinquilini, tutti mi avrebbero fatto l’interrogatorio ma io sarei stato pronto a rispondere. Volevo la liberà, volevo viaggiare, surfare, spendere ogni giorno nel migliore dei modi senza aver sempre paura delle conseguenze.

Arrivato a casa, raccontai tutto al mio coinquilino e alla mia ragazza, aprimmo due birre fresche e dopo un attimo di incredulità, mi sorrisero e capirono la mia follia. Fu grazie a loro che iniziai subito a pensare all’aspetto logistico, ora che si fa? Volevo viaggiare e non sapevo né come né per andare dove. Decisi di vendere la macchina, tutto quello che avevo oltre alle tavole da surf, per comprare un van, il mitico VW T3 che sarebbe diventato il mio unico, e per ora fedele, compagno di viaggio.

Fu abbastanza facile trovarlo, ma l’attesa fu resa difficile dai pensieri perché la libertà prima di poter essere assaporata mette paura e dubbi, bisogna essere disposti a lasciare tutto (comodità, stabilità, affetti – anche se poi quelli veri difficilmente si perdono sul serio) e non è così facile.

Il van lo trovai nel paese vicino al mio, era nel giardino di una coppia di ragazzi giovani, avrebbero voluto farci molti viaggi, ma sentivano che non era ancora giunto il loro momento. Io dovevo vendere la macchina, ma l’idea che il loro mezzo potesse davvero cominciare a girare il mondo entusiasmava anche loro, così incredibilmente mi diedero il van quasi 3 settimane prima della vendita della mia auto.

Iniziai subito a sistemarlo, perché era davvero messo male e intanto progettai il viaggio: iniziamo con il giro della penisola Iberica! Lì ci saranno onde, sole e mare, più libertà di così!?!
Ci lavorai giorno e notte, tanto era da fare pochi erano i soldi, ma avevamo il vento a nostro favore, era un sogno che si stava realizzando! Dopo una settimana di lavori fai da te (pannelli solari, impianti elettrici e tanto altro) girai la chiave, il van si mise in moto e sì, eravamo finalmente pronti.

Gli amici mi deridevano per quella pazzia, ancora più folle considerando l’idea di partire con il freddo di gennaio, ma io andavo avanti a testa bassa a progettare il mio viaggio; ero così concentrato su me stesso che non mi accorsi delle paure che invece frenavano la mia fidanzata nel venire con me. Il suo timore era alimentato dagli amici e le nostre strade si stavano dividendo, così decidemmo di dividerci.

Cercai di focalizzarmi sulla mia idea di libertà, un semplice caffè in riva al mare, scrutare l’orizzonte con una tazza calda e avere per amico uno scenario incantevole, ecco io volevo essere lì!
Non ci pensai due volte, accesi il mio van e guardai in una sola direzione: l’orizzonte.
Fissata la data di partenza una sola cosa mi avrebbe fermato: la pandemia, ma quella venne dopo, molto dopo.

La notte prima della partenza non riuscivo a dormire, ero agitato ed avevo paura perché in realtà non avevo ancora le risposte alle mie domande, ma nella vita ho capito che non esistono gli indovini e se esistessero non li voglio conoscere, solo una volta iniziato il viaggio ho capito che le incertezze e paure servono a farci ricordare quanto siamo vivi ora! Più si avvicinava la sveglia più cresceva l’adrenalina e i dubbi se ne andavano lontano.

Non era stato facile, ma dopo essermi lasciato tutto alle spalle, capii quante cose non avevo ancora fatto per la paura di non so cosa, ora volevo vivere al 100% senza più compromessi.
Tutto era pronto, il furgone aveva il pieno di benzina, a me tremavano le gambe dall’emozione, stavo davvero per lasciare tutto. Stretta di mano a mio padre, abbraccio strizza ossa da mia madre, pugnetto ai fratelli e via!

Ero così preso dalle emozioni che non mi ero organizzato delle tappe dove dormire; una volta partito mi diressi convinto verso sud. A nord le onde sarebbero state fuori dalla mia portata e in questo modo avrei evitato anche le strade ghiacciate e temperature più fredde.
Con la cartina dell’Europa e la musica a palla tagliai l’Italia, mi diressi verso Genova/Savona. In molti mi avevano consigliato di prendere il traghetto da Savona, saltare la Francia e andare dritto verso la Spagna, ma volevo vivere l’avventura al completo.

 

La prima notte, comunque decisi di chiamarla: la grande notte gelida! Mi fermai in un auto grill, all’inizio tutto sommato non si stava male, il furgone correndo scaldava l’abitacolo, ma poi una volta fermi era da copertona e boccia calda (regalata dalla saggia nonna). Chi si sarebbe mai aspettato che le temperature sarebbero scese a -6?

E’ stata una notte gelida e lunga, mi sono svegliato la mattina con un principio di congelamento ai piedi e una lastra spessa 2 mm sul furgone, dentro e fuori, credo di aver consumato la tessera sanitaria a forza di grattare i vetri, ma dopo una tazza bollente di caffè ero pronto a masticare altri Kilometri per raggiungere le onde. Partii a palla in direzione Barcellona, pensando di riuscire a percorrere 900 Km per arrivarci, ma venni obbligato a fare una tappa per la notte a Montpellier.

Si perché devo sottolineare che ho un Volkswagen T3 diesel, resistente come un carro armato sovietico, con il minimo indispensabile come motore ed elettricità potrebbe girare il mondo senza paura, ma pur sempre del 1985. (Sono sicuro che chi ne possiede uno sa che è indistruttibile e chi l’ha venduto lo sta ancora rimpiangendo!)

Quindi ci si doveva munire di pazienza e buona musica per affrontare un viaggio alla modica velocità di 85-90 Km/h, ma la cosa non mi spaventava, avevo tutto il tempo e il sogno, giorno dopo giorno, prendeva forma e mi colmava le giornate di gioia e voglia di vivere.

Scavalcai la Francia e, dopo 3 giorni di guida, arrivai in Spagna. Cercai subito le onde di Barcellona, ma prima ancora un parcheggio per la notte. Prima però avrei dovuto superare l’inferno automobilistico, gallerie, ponti, strade a cinque corsie, macchine e scooter che mi sfrecciavano a destra e a sinistra … ricordo che ad un certo punto pensai di abbandonare la nave, poi mi ripresi e riuscii ad arrivare a Parque de Montjuic dove si poteva parcheggiare il van senza problemi. Infatti non ero l’unico, c’erano diversi giro mondo con i quali feci presto amicizia; in particolare un signore tedesco anche lui si stava dirigendo con il suo T4 verso il Portogallo.

Mi raccontò la sua storia davanti ad un paio di birre, mi disse che si era fatto due notti in cella in Turchia; l’avevano arrestato perché oltre ai grandi coltelli da cucina, portava con se un coltello da caccia nel furgone. Io ero scioccato, ma lui con una calma zen mi disse che in fondo aveva vissuto un’avventura diversa dal solito e che passare due notti fuori dal furgone, dopo 5 anni di viaggio, faceva dimenticare la cella e la trasformava in un “hotel”.

Il giorno dopo mi sveglia carico e diretto verso Malaga, la voglia di onde cominciava a farsi sempre più forte, volevo raggiungere il mare.
On the road mi feci largo lungo tutta la costa sud della Spagna, dove le onde mancavano, ma in compenso trovai luoghi incantati e gente meravigliosa. Per la notte mi affidai ancora all’app “Park4night” che consiglio vivamente a tutti, segnala distributori, servizi, fattorie, docce e tanti posti dove passare gratuitamente la notte.

Mi fermai a Culler, nella fattoria di Pancho e Julia, due nonnini dolcissimi. La mattina seguente, finchè raccoglievamo frutta e verdura dell’orto, Pancho mi raccontò del suo amato Messico, io gli raccontai della mia speciale Venezia.
Entrambi potevamo descrivere le nostre città con una precisione estrema, sembrava davvero di essere lì ed entrambi sentivamo quella nostalgia di chi ama il proprio Paese. Quel momento venne interrotto dalla vocina acuta di Julia “A comer” (a mangiare), ragazzi che zuppa! Quei sapori mi riportarono alla zuppa che faceva mia nonna e ai ricordi di bambino.

Andai a letto pensando a questi incontri, chi l’avrebbe mai detto che ogni giorno avrei conosciuto persone diverse, ognuna con il suo racconto pieno di vita. Gli amici da casa mi chiedevano se non avessi paura della solitudine, no!

Il giorno dopo mi avviai convinto verso Malaga, questa volta volevo arrivarci; sapevo che sarebbe arrivato uno swell e io avevo tremendamente bisogno di onde.
Nella mia testa sentivo il rumore delle onde, il profumo della paraffina sulla tavola, non potevo più aspettare. 550 Km a Banalmadena, arrivai di notte, ma la mattina il disegno era composto da un’alba meravigliosa, graziose palme, il mare azzurro e surfer pronti a buttarsi con le prime luci del mattino.

Devo essere onesto le onde non erano un granché, ma mi sentivo a casa. Pochi minuti, due parole e diventammo tutti amici in line up, i ragazzi buttavano uno sguardo incuriosito alla mia tavola e mi chiedevano da dove venivo, che materiale fosse, etc. Dopo aver mostrato con orgoglio la tavola in lino, inizio a remare verso il picco, take off, prendo un onda e mi sento rinascere!
Sentirsi trasportare dal mare, andare finalmente con l’acqua è una sensazione che blocca il tempo; libero da ogni pensiero, libero da tutto e tutti: il sogno esiste!

Dopo quella bella ricarica decisi di andare un po’ più in là, verso l’oceano. Non avevo più intenzione di allontanarmi dal mare, sapevo che stava per arrivare una mareggiata epica in Andalusia, era lì che dovevo arrivare. Posso solo cercare di raccontare l’emozione che provai davanti a quello scenario pazzesco, il cuore mi rimbombava nel petto o forse era Madre Natura che scaricava tutta la sua energia a riva.
Si sentiva il mare da distante e non potevo immaginare che appena arrivato alla spiaggia avrei potuto ammirare quelle barre perfette alte due metri, la destra era veramente incredibile e c’erano solo 3 surfisti in acqua. Uno di loro restò sull’onda 35 secondi, non avevo mai visto onde simili. Ovviamente non potei entrare o sarei stato mangiato da quell’oceano potente, ma rimasi a guardare affascinato da quella forza e allo stesso tempo eleganza.

Quell’immagine accese in me una fame e uno sguardo da leone, volevo a tutti i costi 1 metro in meno e quelle onde per tutto il giorno. Ero carico come una molla, pronto per surfare! Per un mese e mezzo tutto andò come avevo sempre sognato, per tutta la costa c’erano onde perfette per ogni livello e per 50 giorni non ho fatto altro che surfare all’alba e al tramonto. La mia routine era molto cambiata, ma la mia vita bellissima.

Onde così pulite mi permettevano di surfare come in una wave pool e restavo incredulo nel vedere che ogni volta avevo la possibilità di riprovare i take off e le manovre. Durante quei giorni ho surfato con costanza e step by step ho migliorato lo stile e corretto i miei errori. La mia felicità, però derivava da tutto il contesto e soprattutto dalle nuove amicizie instaurate, che in quel periodo non mancavano. Serate in spiaggia con amici, chitarre e qualche birra, la mia idea di libertà aveva preso una forma perfetta e il tempo sembrava fermarsi attorno a me.

Fino a quando un pugno sul furgone mi svegliò, era Erik il mio vicino. Mi sono affacciato per chiedere com’erano le onde, ma non mi lasciò aprir bocca e disse: “Hai sentito? Il Covid è arrivato in Spagna, gira voce che chiuderanno tutto”.
Fuori dai furgoni i ragazzi parlavano impauriti solo di questo, qualcosa stava cambiando nell’aria. Tutti iniziarono a guardarsi con distacco, un alone grigio calò su quel paradiso e la gente smise piano piano di sorridere. Adesso che avevo trovato la mia forma di libertà, il mio equilibrio in una vita folle fatta di onde e mute stese, qualcosa di enorme stava provocando un nuovo cambiamento, all’apparenza terrificante.

FINE PRIMA PARTE – seconda parte la prossima settimana, stay tuned!

Enrica Marra

 

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