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Io odio il pavé io amo il pavé

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Le classiche del pavé da sempre sono uno stimolo per chi ama il ciclismo, per pro ed amatori, attirati dal fascino di qualcosa che sembra impossibile, duro ed estremo. Il pavé e le sue classiche, il Belgio, la storia della bici e quella sensazione di conquista. Il mio racconto dopo un anno senza pavé.

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La Specialized Roubaix Disc S-Works e l’ingresso alla Foresta di Aremberg.

Lavoro, studio, divertimento e il pavé come dovrebbe essere veramente (forse)

In Belgio ci vado spesso per lavoro, presentazioni delle nuove bici ed eventi legati al ciclismo, anche al ciclocross (che in proporzione è più sentito della strada). In queste zone la bici è sport nazionale, lo sappiamo e lo dicono tutti, ma è quando ci capiti dentro che ti accorgi della venerazione che qui hanno nei confronti del ciclismo. Siamo nel 2019, durante la settimana santa del ciclismo, sono qui per lavoro ma tutto è diverso, sono emozionato e teso. Sono nel paradiso del pavé tra Fiandre e Roubaix, tra Oudenaarde e il velodromo più famoso al mondo per la presentazione della Specialized Roubaix. Per un latino, italiano, spagnolo o francese che sia, abituato alle strade in asfalto, alle salite collinari e ancor di più a quelle alpine, stimolato nel percorrere una strada costiera sul mare, pedalare in Belgio ha quel non so che di strano. “Ma come, ho tutto quello che mi serve qui per essere felice e devo andare in quel buco di mondo, freddo, umido, dove si mangiano patate e porcello (però si beve la birra! E che birra, porca pupazza), dove spargono letame 365 giorni l’anno e dove scassi la bici”? Io non lo voglio il muschio sulle spalle, il muschio da umidità. “Pedalare qui è bello?” La domanda sorge spontanea. Si, è la risposta definitiva.

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L’ingresso della Foresta di Arenberg, in uno scenario piuttosto usuale. Umido e nebbia, perché quello che è inusuale è il sole. Quest’immagine non rende a pieno il fascino, misto a timore che stimola questa porzione di mondo. A destra le casette e piccole villette, quasi in stile coloniale. A sinistra la miniera, imponente, grande e con i suoi bracci meccanici che in qualche modo ricordano i robot del film La guerra dei Mondi.

Un fazzoletto di terra

Quando vedi le gare in tv, il Fiandre, la Roubaix ma anche la Gand-Wevelgem e senza contare la Dwars door Vlaanderen, ma anche altre che trovano meno spazio nelle trasmissioni televisive pensi: “ma quanta gente c’è sulle strade a vedere sti qui mezzi nudi che si ammazzano dentro le stradine di campagna”. Le gare più famose sono di Domenica, le altre si svolgono il Mercoledì e il Giovedì, giorni lavorativi, ma le strade sono sempre piene di gente. Le scuole chiudono e le maestre, i professori portano i ragazzi a vedere i corridori, come succedeva da noi una volta (ora molto meno rispetto a 20 anni fa). La partenza e l’arrivo della competizione sno una festa, ma che dico una festa, una vera e propria bolgia! Durante e dopo le cisterne di birra non si contano. Tutto accade in un fazzoletto di terra di pochi km quadrati, su e giù per il Fiandre, destra-sinistra-dritto per la Roubaix. Sembra di giocare a nascondino! Mamma mia quanta voglia di pavé.

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Testa bassa e pedalare

Quando si tratta di pedalare, quelli dall’Europa mediterranea si fan forti e gonfiano il petto; “il ciclismo è nostro” pensiamo, con una certa supponenza e spavalderia. Dai è così, non nascondiamolo. Poi arrivi in queste zone, vedi i belgi e gli olandesi, alti e muscolosi, con il vocione e la mandibola tipo mensola da salotto, con delle mani che sembrano frattazze. Oltre alle gambe chilometriche, cosciuti e chiapputi, pesanti ma non goffi, esprimono potenza! Molti di loro li vedi pedalare e sembrano accarezzare il velluto. E il mediterraneo inizialmente pieno di sè ” io sono io e voi non siete un ca@@o” (Cit.) cosa fa? China il capo, sgonfia il petto e si fa un bagno di umiltà, pensando, “ma dove cacchio son finito”. Pedalare in queste zone è diverso. Dal punto di vista atletico è più duro farlo qui che non sulle Alpi e in un certo senso la Roubaix e più dura del Fiandre. Non è solo un “problema” di pavé, perché devi tirare sui pedali come un somaro; che siano 50 o 250 km. Dopo una salita, lunga o breve c’è la discesa e bene o male tiri il fiato. In pianura, se vuoi avanzare, deve tenere la catena sempre in tiro. Vabbé, cercare di fare velocità, pedalando sul pavé “ma che ve lo dico a fare”. Lasciatemelo dire: aver tirato il collo a qualche indigeno del luogo mi fa tenere il petto gonfio (aver fatto il biker da giovane è un bel vantaggio).

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Il gruppo italiano sulla lingua di pavé di Arenberg, The Italian Corner con il mitico Mike Sinyard di Specialized. Da sinistra verso destra: io, Nicola Checcarelli di Bicidastrada.it, Ermanno Leonardo CEO di Specialized Italia, Mike Sinyard e Ilenia Lazzaro di Scratch TV.

Odio il pavé, amo il pavé e mi manca il pavé

Il pavé è il lato oscuro della forza, uno stimolo, l’ignoto e la sfida. Il pavé ti entra nella pelle, nei tessuti e nelle ossa, ma prima di tutto nella testa e se sei un ciclista, un vero appassionato della bici lo ami fin dalla prima volta. Impari a convivere con quella sensazione di instabilità e con la bici che va dove vuole. Subisci e non puoi fare altro, accetti la cosa. Accetti e sopporti un gran male al culo. Non ti lamenti della terra, del fango e della polvere che mangi quando pedali. Anche il ciclo-fighetto qui diventa un cinghiale. Il fondello bagnato, marcio e sporco della salopette manco lo senti; quando lo togli, oltre ad essere parte integrante della tua cute, scopri un mondo di coltivazioni nanotecnologiche tra le tue cosce. Tutto questo è magnifico. Il pavé quest’anno mi manca e la Pasqua senza le pietre del Belgio non sarà la stessa.

a cura della redazione tecnica, foto courtesy Specialized.

 

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