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L’elefante nella stanza: un’eredità insostenibile sulle spalle delle generazioni future

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Onde che frangono contro la strada durante la mareggiata da Scirocco dell’8 Dicembre 2020 lungo il litorale di Marina di Montemarciano (AN). Foto di Paolo Stocchi.

Di Paolo Stocchi, Rodolfo Ricci, Fabio Mattioli, Emili Pasquini e Andrea Marzeddu

Quante volte, sfogliando le pagine di un quotidiano, la nostra attenzione è stata catturata da titoli del tipo “Nebbia assassina uccide motociclista”, “Alpinista tradito da Montagna killer”, “Corrente di marea strappa la vita a bagnante” o anche “Commensale strozzato dall’ultimo amaro boccone”.

Sono frasi ad effetto che suscitano il nostro interesse, fanno “salivare” la curiosità di noi lettori come il salatino di un aperitivo, stuzzicano quel lato oscuro un po’ morboso che, chi più e chi meno, tutti abbiamo. Hanno tutte le caratteristiche di quelli che oggi abbiamo imparato a chiamare “titoli esca” o clickbaits. Essendo intenzionalmente mal posti, stravolgono la realtà oggettiva e la rendono colorita e marcata come una fiaba “Disneyana”. Solitamente, infatti, ad una vittima che incarna il “bene” viene contrapposto il “male” assoluto. La completa de-responsabilizzazione del soggetto si palesa come punto cardine. Il soggetto, infatti, è riportato come vittima di agenti esterni, spesso naturali, quasi sempre incontrollabili. Non esiste dolo, non esiste colpa. Sembra che si voglia negare una realtà dove gli incidenti, purtroppo, succedono e, talvolta, ci sono chiare responsabilità.

Questo genere di stampa di tanto in tanto si ricorda della zona costiera, mettendone il suo stato di salute sotto l’occhio del microscopio. Con una cadenza stagionale, spesso in corrispondenza di eventi meteomarini che si palesano proprio in funzione di processi fisici che dipendono dalla latitudine dalla posizione del pianeta lungo l’orbita attorno al Sole, i media scoprono l’esistenza di varie problematiche che affliggono la costa. Parlano di eventi eccezionali che impattano le spiagge causandone l’erosione e favorendo l’arretramento della linea di riva.

Ed ecco che, ad ogni mareggiata, come se fossero colpi sparati da un abile cecchino, il lettore viene colpito da titoli sensazionalistici quali (articoli pubblicati sul Corriere dell’Adriatico e AnconaToday, tra il 2017 ed il 2021):

Torna l’incubo mareggiate”; “Il mare fa paura, piazzati i blocchi. La difesa anti erosione è fai-da-te”; “Altra mareggiata, altri danni a Marina di Montemarciano”; “Pesaro, la mareggiata si mangia metri di spiaggia”; “Le scogliere troppo corte, la mareggiata ha divorato ancora il litorale di Sassonia”.

La grossa sciroccata di inizio dicembre 2020, un’altra occasione per “sparare notizie” da parte di alcuni media generalisti

Le immagini suggestive evocate dai titoli esca e dagli articoletti che ne conseguono, si fissano nel nostro cervello, marchiano a fuoco la nostra memoria, come un ferro caldo sulla pelle di un bovino. La nostra capacità di critica e di giudizio viene abilmente by-passata da messaggi artificiosamente costruiti. Letti uno dopo l’altro e tutti di un fiato, questi titoli imprimono sulla nostra mente un’immagine chiara. Il tono è accusatorio, il dito è puntato contro un unico colpevole: la mareggiata. L’onda che, dopo essere stata generata naturalmente dall’attrito tra il vento e la superficie del mare, e dopo essersi naturalmente propagata fino a frangersi a riva, si incarna nel male; è il “Reaper”, ovvero la morte armata di falce, che viene dall’oltretomba a mietere vittime lungo la costa. L’onda frangente morde, rompe, strappa e porta via.

Chi scrive e firma titoli ed articoli di questo calibro omette palesemente e coscientemente di istruire il lettore circa la naturalità delle onde, che sono una caratteristica imprescindibile di ogni mare, sia esso un oceano o un mare chiuso come l’Adriatico. Le mareggiate sono narrate come un fenomeno anomalo e malevolo tutto italiano. Un capriccio del Dio Nettuno ai danni di penisola ed isole. Non si parla di e non si cerca il confronto con realtà geografiche caratterizzate da grandi onde quali le isole polinesiane nel Pacifico, la costa orientale Australiana, il Sud Africa, la California, il Portogallo e la costa orientale degli Stati Uniti, quest’ultima notoriamente piagata da erosione, subsidenza e frequenti ondazioni di tempesta.

L’onda che raggiunge la strada costiera a Marina di Montemarciano (AN) – Dicembre 2020 – Foto di Paolo Stocchi

Il grido di coloro che hanno subito un danno a seguito di una mareggiata sembra essere sempre e solo uno: occorre bloccare le onde! Come se in una zona colpita da un terremoto, invece di puntare il dito contro una progettazione/costruzione antisismica inadeguata, si cercasse di fermare proprio il terremoto. Ecco, nei nostri litorali invece la soluzione proposta è sempre la stessa: messa in posa di barriere artificiali frangiflutti subito! Fermiamo il mare, fermiamo le mareggiate!

Altre tipologie di intervento quali ripascimenti di larga scala, soluzioni di ingegneria regressiva che permetterebbero ai nostri alvei fluviali (responsabili dell’apporto di sedimento ai nostri lidi) e litorali di tornare a “respirare” naturalmente, vengono ignorate o criticate. Spesso sulla base di pregresse esperienze negative ma senza il supporto di una vera e propria discussione a carattere scientifico o ingegneristico.

I grandi architetti si ispirano nella natura e nelle sue forme, ottimizzate da milioni di anni di evoluzione, per progettare soluzioni innovative strutturali, energetiche ed ergonomiche. Lo studio della natura e dei suoi processi è alla base della ricerca della soluzione.

Ma come si è difesa/adattata la natura all’erosione del mare per moltissimi anni? Lo ha fatto con un semplice metodo, l’apporto costante di sedimento da terra verso mare. I fiumi erodono le montagne e le pianure al proprio passo e depositano sedimento nell’ambiente costiero, le falesie franano creando nuove spiagge, le dune vengono accarezzate dal vento portando nuova sabbia ai nostri arenili e le barriere coralline vivono (o meglio dire vivevano) in simbiosi con il continuo martellare delle onde sgretolandosi e creando quelle splendide spiagge coralline da cartolina.

Stessa area, dopo il passaggio dell’onda. Si nota chiaramente la presenza di barriere artificiali sul ciglio della strada. Troppo spesso interferire con i processi naturali costieri diviene la causa stessa dell’erosione. Marina di Montemarciano (AN) – dicembre 2020 – Foto di Paolo Stocchi

E noi, invece, cosa abbiamo fatto per risolvere il problema dell’erosione? Abbiamo limitato il potere erosivo dei fiumi antropizzando tutti gli alvei, abbiamo costruito ai bordi delle falesie facendo di tutto perché non franino, abbiamo raso al suolo le dune e stiamo indirettamente ammazzando tutte le barriere coralline.

Si finisce con l’interferire con i processi idro- e morfo-dinamici che a loro volta si basano su leggi fisiche universali secondo le quali nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Viene a morire il processo vitale che tiene in vita l’ambiente sedimentario costiero basato su: il trasporto litoraneo “lungo costa” di sedimento parallelo. Questo nastro trasportatore, che consiste di tante celle convettive contigue, garantisce la distribuzione di sedimento lungo costa e regola il profilo di spiaggia sulla base dell’energia stagionale dei marosi. Di tutto ciò, in questi articoli, non se ne parla. Viene quasi da pensare che non se ne debba parlare.

Durante una delle ultime grandi mareggiate da Scirocco che hanno segnato la fine del 2020, noi abbiamo raccolto evidenze fotografiche di quello che accadeva lungo il litorale di Marina di Montemarciano (AN), Mare Adriatico. Si tratta di uno degli ultimi tratti di costa non ancora sbarrati da scogliere parallele a riva ma dove pennelli perpendicolari a accumuli di massi a protezione delle strutture balneari e alberghiere dimostrano quanto l’uomo abbia cercato e stia tutt’ora impegnandosi a mantenere un assetto costiero innaturale ed instabile, dati i processi naturali meteomarini e sedimentari.

Arrivo di onde da Scirocco del’8 Dicembre 2020 lungo il litorale di Marina di Montemarciano (AN). Sulla destra una delle “strutture point” discusse nell’articolo. Foto di Paolo Stocchi.

Guardando le nostre fotografie, ciò che salta agli occhi non sono tanto le onde, il mare, ma gli edifici, le case e la strada ricoperta di asfalto. Ciò che colpisce è la pericolosa vicinanza di tutto ciò all’acqua del mare. Ciò che fa riflettere è che l’edilizia e le strutture artificiali hanno soppiantato un’intera zona della fascia costiera, quella di retro-spiaggia. Essa è fondamentale per l’equilibrio dinamico delle spiagge e della linea di costa poiché funge da riserva di sedimento che viene preso o aggiunto a seconda degli eventi meteomarini stagionali. Se facessimo un confronto con la stessa foto fatta cento anni fa durante una mareggiata la differenza non la troveremmo in mare, nell’altezza delle onde e del loro potere erosivo. Invece, la troveremmo nella morfologia costiera, che è stata completamente stravolta dallo sviluppo urbanistico, stradale e ferroviario.

Oggi, le onde che arrivano dal mare aperto non hanno più spazio per rilasciare la propria energia e non possono fare altro che comprimersi contro un limite che è il risultato dell’azione dall’uomo. Le onde, frangendosi, erodono e trasportano materiale sia naturale che artificiale e cercano naturalmente di ricostruire l’ambiente deposizionale che è stato rubato dall’uomo. Dunque, le fotografie ci fanno puntare il dito non tanto contro le onde ma contro chi ha pianificato, approvato e messo in atto un’edilizia costiera miope nei confronti del mare e del clima che cambia. La responsabilità è di coloro che hanno acconsentito affinché si strappasse terra al mare, affinché i sedimenti non potessero più fisicamente raggiungere la costa.

Ovviamente, di tutto ciò non se ne parla nell’articolo di Centropagina.it del 3 Febbraio 2021 intitolato “Montemarciano, problema erosione: «Danni anche senza mareggiate violente”. In esso, infatti, si auspica un intervento volto a posizionare scogliere come fu fatto sul litorale nord di Senigallia, al fine di garantire agli imprenditori un analogo accrescimento della spiaggia. Non si discute, tuttavia, del fatto che le scogliere che hanno funzionato lungo il tratto nord di Senigallia, dove c’è sabbia, potrebbero non funzionare a sud, dove ci sono ciottoli. Non si discutono ipotesi alternative che in altri paesi hanno avuto e stanno avendo esiti positivi. Inoltre, non si menziona il fatto che i due tratti di costa appartengono a celle litoranee differenti, delimitati da opere antropiche come il porto-canale di Senigallia e la raffineria Api di Falconara, situata poco più a sud. Proprio quest’ultima ha avuto un impatto significativo sulla stabilità della linea di costa, andando ad interferire in modo irreparabile con i processi sedimentari alla foce del fiume Esino (e di questo ne parleremo dettagliatamente in un prossimo articolo).

In modo spudorato e plateale, la stampa indica la pagliuzza nell’occhio e non guarda alla trave. Si punta il dito contro un processo fisico naturale distogliendo l’attenzione dalle colpe, tutte umane, dell’aver alterato le condizioni al contorno rendendole completamente innaturali, precarie e prone alla distruzione.

In poche parole, questo dell’erosione delle coste italiane il tipico caso de “l’elefante in una stanza”: si ha a che fare con un problema enorme, una verità scomoda, ma si finge di non vederla e si evita di parlarne. Si tratta di una vera e propria distorsione della realtà.

La stampa si rende connivente dei prodotti di un complesso fumoso e farraginoso dove edilizia, espansione urbanistica, opere costiere e marittime, produzione e trasporto di materiali refrattari ne sono gli ingranaggi e vanno lubrificati mediante consenso pubblico. È una macchina mostruosa che, se da una parte promette di generare lavoro ed incrementare il PIL, dall’altra sicuramente brucia fondi pubblici, energia e materie prime che non sono rinnovabili. E ci continuiamo a chiedere perché tutti questi sforzi, sia economici che politici, non vengano realizzati per “rinaturalizzare” il nostro territorio realizzando opere civili atte a ripristinare, anche in maniera artificiale, un equilibrio naturale che troppo velocemente stiamo alterando e che chiaramente, visti i risultati, non siamo in grado di fermare.

Un tratto di litorale marchigiano in cui l’urbanizzazione invadente non è ancora arrivata, un’onda della stessa mareggiata di scirocco di inizio dicembre 2020. Foto: Maurizio Foligni

La responsabilità, diretta o indiretta, volente o nolente, della stampa nel mettersi a disposizione di una precisa agenda politica, la troviamo in forma di titolo esca nel Corriere dell’Adriatico del 15 Novembre 2017: “Cattolica, mareggiata killer: spiaggiate 11 tartarughe senza vita, salvata Malù”. Il titolo lascia poco spazio all’immaginazione in quanto il colpevole è già stato trovato, portato sul banco degli imputati e processato.
La mareggiata deve difendersi dall’accusa di omicidio di undici esemplari di una specie animale marina. Ora, leggendo l’articolo in questione, scopriamo che, in effetti, mancano dettagli e prove circa la vera causa della morte delle 11 tartarughe. La realtà, dunque, è ben diversa da quella del titolo e l’accusa appare essere poco più di una mera speculazione sensazionalistica.

La superstite Malù, infatti, viene trovata viva a Cattolica impigliata in una matassa di lenze e reti ovvero materiali plastici artificiali. È interessante considerare che tutti i punti in cui sono state ritrovate le tartarughe morte, Da Bellaria-Igea Marina a Misano e poi Cattolica (RN), sono chiusi da barriere frangiflutti parallele e perpendicolari a riva. La stessa cosa è stata riscontrata nel mese di Marzo 2021, quando una tartaruga marina è stata da noi rinvenuta dopo una mareggiata, lungo la spiaggia di Torrette di Fano (PU), tra una scogliera interna su sabbia ed una esterna emersa (vedi foto qui sotto). È dunque lecito ipotizzare che le mareggiate abbiano svolto il mero ruolo di condizione al contorno, mentre le materie plastiche, le onde acustiche usate per le prospezioni sismiche, i potenziali impatti meccanici contro imbarcazioni e scogliere, abbiano operato come cause primarie della morte degli animali. In particolare, a supporto della nostra ipotesi circa il ruolo delle scogliere nella morte delle tartarughe, vi è un recente studio del NOAA National Oceanic and Atmospheric Administration (USA), che ha evidenziato infatti la correlazione tra decessi di tartarughe marine in Florida e la presenza di strutture artificiali quali barriere frangiflutti (M.C. Barnette, NOAA, 2017).

Ritrovamento di cadavere di Caretta Caretta presso la spiaggia di Torrette di Fano (PU) avvenuto il 6 Marzo 2021. Ritrovamento e foto di Paolo Stocchi.

L’articolo sulla tartaruga Malú, una volta sommato a tutti gli altri articoli pubblicati nel corso degli anni, non fa altro che accrescere il risentimento del lettore medio nei confronti del mare, delle mareggiate e delle onde. Il lettore recepisce un messaggio e, di conseguenza, sceglierà e voterà, supportando la messa in posa di ulteriori scogliere, sapendo che sono l’unica soluzione possibile a tutti i mali che affliggono la costa.
Poco importa se, al fine di attenuare i “morsi” delle onde sugli artefatti antropici, si verrà a perdere l’efficacia del trasporto litoraneo di sedimenti. Poco importa se si interferirà con la capacità delle onde di “rompere” la stratificazione delle acque tramite mixing e di favorire dunque l’ossigenazione ed il trasporto di sostanze e nutrienti che, all’interno della catena alimentare, servono infine a sostentare macro-organismi quali le tartarughe marine.

L’assetto costiero che ci ritroviamo oggigiorno, stretto tra i frangenti e le opere architettoniche, richiede un enorme dispendio di energie, materie prime ed ingenti somme di denaro pubblico. Le cinte murarie erte a protezione della costa non risolvono il problema dell’erosione in modo definitivo e, quasi sempre, tendono a spostarlo altrove. Inoltre, esse non possono far nulla contro gli effetti del cambiamento climatico, in primis l’aumento del livello medio marino. Si tratta di un sistema di protezione inizialmente concepito come soluzione temporanea in condizioni di contingenza.

Tuttavia, esso è stato e viene tutt’ora usato come soluzione di lungo termine, ma ciò richiede comunque l’apporto periodico di sedimento mediante ripascimento artificiale. Come risultato, purtroppo, si è ottenuto un innaturale “irrigidimento” della linea di costa, che ha perso dunque la sua naturale capacità di rispondere dinamicamente agli stress.

Episodio dell’acqua alta a Venezia durante la stessa mareggiata di inizio dicembre 2020

Ora, alla luce di tutto ciò, siamo legittimati a considerare l’attuale assetto costiero come una “eredità insostenibile sulle spalle delle generazioni future”.

In conclusione, i danni in primis causati dallo sviluppo urbano costiero e la costosa, inefficace ed inefficiente soluzione offerta in extremis sotto forma di chiusura con barriere, noi non li abbiamo mai chiesti. Per una buona parte ce li siamo trovati già belli e fatti e, molto spesso, li abbiamo recepiti, anche grazie alla stampa, come condizioni perfettamente naturali e normali: lo status quo, appunto. Altre volte, mentre venivano perpetrati sotto i nostri occhi, li abbiamo subiti e passivamente accettati sempre grazie all’opera dei media.  Ciò è avvenuto mentre noi eravamo distratti dai problemi e dalle sfide materiali che la vita ci pone tutti giorni.

Ma chi sono, dunque, questi “noi”? Siamo noi, ovviamente, che scriviamo, sei tu che leggi e, chi lo sa, forse anche Lucio Dalla, che cantava:

Il pensiero come l’oceano

Non lo puoi bloccare

Non lo puoi recintare

 

Così stanno bruciando il mare

Così stanno uccidendo il mare

Così stanno umiliando il mare

Così stanno piegando il mare

Onde che frangono contro la strada durante la mareggiata da Scirocco dell’8 Dicembre 2020 lungo il litorale di Marina di Montemarciano (AN). Foto di Paolo Stocchi.

Gli autori dell’articolo:

Paolo Stocchi, Geofisico (PhD), surfista. NIOZ Royal Netherlands Institute for Sea Research, The Netherlands | Instagram: @surferpaolo

Rodolfo Ricci, Co-fondatore del Comitato nonché Associazione Sportiva Dilettantistica “Surf per Pesaro1, surfista. | Instagram: @rudy_rodolforicci  @surfxpesaro

Fabio Mattioli, Ingegnere, Co-fondatore del Comitato “Save The Coast2, surfista. | Instagram: @fabmattioli  @savethecoastcdp

Emili Pasquini, Biologa Marina. | facebook.com/emili.pasquini

Andrea Marzeddu, Ingegnere (PhD), Co-fondatore di HAV Surfboards, aderente a “Save The Coast”, surfista. | Instagram: @scheggia5071 @havsurfboards

1AsD SurfXPesaro: è un comitato che nasce con l’intento di sensibilizzare l’attenzione verso l’inefficacia, ormai chiara, delle scogliere come metodo di salvaguardia delle nostre coste, e per promuovere nuovi metodi che potranno valorizzare il nostro territorio e le sue strutture.
Il comitato cercherà di coinvolgere non solo gli appassionati di surf, ma tutti gli amanti del mare e delle nostre spiagge, che potranno così vivere a pieno il nostro splendido paesaggio senza muri di sassi all’orizzonte.
Tramite una raccolta firme chiederà la rimozione di alcune scogliere, per far rinascere le spiagge e i due famosi spot “il molo” e “la palla di pomodoro”, riportando così Pesaro nell’ élite del surf italiano e regalando alla città e ai suoi giovani un nuovo modo di amare e vivere il mare.
facebook.com/groups/204202753267148/

2Save The Coast Cdp: è un movimento a favore della conservazione del litorale, crediamo fermamente che la spiaggia vada tutelata dall’erosione, ma la tutela della costa è ben diversa dalla tutela dei metri quadri di spiaggia.
Tutto ciò può essere raggiunto attraverso l’utilizzo di metodi innovativi, ecologici e paesaggisticamente non compromettenti. Non vogliamo che questo movimento venga qualificato come “contro”, ma come alternativo rispetto alla soluzione progettuale ipotizzata.
facebook.com/savethecoastcdp
Maggiori informazioni: 4actionsport.it/save-the-coast-uniti-per-salvare-gli-spot-di-castiglione-della-pescaia/

Deposito di ciottoli e sedimento inconsolidato durante la mareggiata da Scirocco dell’8 Dicembre 2020 lungo il litorale di Marina di Montemarciano (AN). Foto di Paolo Stocchi

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