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La Gentrificazione del surf

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L'ultimo numero di Surfer con la cover di @donaldmiralle

Vorremmo dare spazio all’articolo di Francesco, che molti conoscono come Franz o attraverso il Surfer’s Den, storico locale di Milano. Si tratta di un punto di vista molto interessante che siamo sicuri potrà essere fonte di un dibattito stimolante. Buona lettura!
Articolo di Francesco Aldo Fiorentino | Foto cover: Alessandro Dini

Dire che il surf in Italia sia arrivato in un dato periodo sarebbe una affermazione fuorviante perché il surf non è “arrivato” ma è stato una scoperta, anzi no, nemmeno quella! Diciamo che è stata un’esigenza che è emersa autonomamente tra la fine degli anni 70 e gli anni 80 delineandosi nei primi ’90 senza che in italia ci fosse un surfboard, o una muta da surf, o wax o leash, né riviste né altro.

È nato su tutta la penisola (spontaneamente) tra tribù che per anni non sono entrate in contatto tra loro, è nato sulle 2 coste italiane e nelle isole (anche noi milanesi che il mare non lo abbiamo in Lombardia, però al mare ci andiamo perché è vicino e per lo più in Liguria, abbiamo sentito abbastanza presto quel richiamo intorno alla seconda metà degli anni ’80) ed all’inizio ogni tribù ignorava che ve ne fosse un’altra.

Il principale diffusore del surf, un po’ come un richiamo o una “Radio Londra” dal surf-mondo verso pochi eletti, era il film “Un mercoledì da leoni”, che veniva regolarmente passato alla tv e nelle arene estive ogni estate, reperibile in videocassetta e che ha spinto molti a togliere la vela dai Ten Cate per cercare l’emozione del surf, spingendo altri ancora a procurarsi o farsi un surfboard in un modo o nell’altro.
A parte questo film e poi il film Point Break qua da noi se volevi avvicinarti al surf non c’era molto altro così chi iniziava prima formava un club (in genere composto da tipi che le mamme non raccomandavano alle figlie) poi si apriva un local surf shop, e poi dopo i surf club si univano in un’associazione nazionale e si aprivano le scuole di surf, e così via si cresceva e il divario con il resto del mondo diminuiva.

Franz a Lacanau,, siamo nell’ottobre del 1992 – Photo: Alessandro Dini

Il divario lo abbiamo colmato in fretta, ci siamo portati in pari e siamo cresciuti sia nella pratica sia nella cultura specifica del surf. Le tribù sono entrate in contatto tra loro girando per gli spot italiani e non (un surfer non divide il mondo in stati ma in spot e gli abitanti non sono stranieri ma local) e si è sviluppata una cultura nazionale specifica. Il surfer della penisola ha lasciato il real-mondo per entrare nel surf-mondo con la sua cultura, civiltà e regole.

Erano gli anni in cui il surf stava conquistando il mondo, con i surfer che irrompevano portando il surf nella musica, nel design, nella letteratura, nel giornalismo, nella illustrazione, nel fashion ed erano gli anni in cui il nascente web favoriva la surf invasion, il surf-mondo invadeva il real-mondo e più si evolveva il web e più la diffusione del surf ne giovava. Questo grazie anche alla disponibilità di previsioni meteo, forum che favorivano i contatti tra surfer distanti miglia e miglia, di materiali, surf culture…e tutto era ok. Tutto andava per il meglio fino a che con l’avvento dei social nel mondo avviene la contro invasione.

Il real-mondo con i suoi media, la sua pubblicità, la sua industria e il suo onnivoro e fagocitante mercato si accorge del surf e cerca di snaturalizzarlo e fagocitarlo, come tenta di fare dagli inizi degli anni ’60 negli USA, e per farlo deve cancellare la surf-culture, anzi e riscriverne una più proponibile, vendibile, deve gentrificare il surf.

La gentrificazione è una speculazione immobiliare (Milano è la patria della gentrificazione) per cui quando un quartiere particolare ha una sua identità ed una storia che è data dalle persone che lo abitano e che l’hanno fatta, preservata ed evoluta e ci sono riusciti perché per moltissimo tempo è stato frequentato da gente di fuori che lo trovava pittoresco per le sue amenità ma non bello da viverci, diciamo da andare a fare shopping nei mercatini e cose così…Ecco, ad un certo punto gli agenti immobiliari si rendono conto che questo quartiere è figo e che potrebbero fare degli ottimi affari, però bisogna comprare (a poco) gli immobili così da liberarsi degli abitanti troppo pittoreschi e facilitare la vendita (a molto) e l’accesso a nuovi danarosi possibili abitanti, che non sanno nulla e non c’entrano nulla con il quartiere. Ecco, è questo che sta succedendo nel surf a livello mondiale.

In Italia i surfers fino a pochi anni fa erano visti come “bruttisporchi&cattivi” o dei deficienti che “dovecazzocredidiessereinAmerica?”. Gente che girava e dormiva su automobili di seconda mano, che non consumava e dava fastidio ai bagnanti (fa mica niente che hanno salvato più bagnanti i surfer dei bagnini che mandavano via i surfer, e che non hanno ammazzato mai nessuno al contrario delle motod’acqua-gommoni&motoscafi”).
Poi ad un certo punto, di colpo il surf viene notato e si implementa la sua diffusione con contingenti via via sempre più nutriti di ragazzi giovani sulla scia dei loro predecessori, che nel frattempo hanno avuto figli avviato carriere nel surf-mondo o nel real-mondo, solita vecchia storia del passaggio di testimone e così via.

La nuova generazione di surfers ha il grosso vantaggio del web e di trovare tutto a disposizione, dai forum alle info sulle diverse tipologie di surfboard, alla storia e alle previsioni e ai voli low cost. E’ un vantaggio mica del cazzo, impari prima e impari bene, surfi in giro e conosci gente. E fin qui tutto ok perché si continua nel solco della specie che si arricchisce di nuove generazioni e lo stile rimane lo stesso: frugale, individualista e solidale…siamo sempre nel surf-mondo…però il real-mondo si accorge di noi ed è con questa seconda generazione che il dannato real-mondo si introduce: brand di surf wear vengono acquistati da imprenditori che di surf non sanno un cazzo, arrivano manager che ne sanno ancora meno e così creativi, stilisti e aprono negozi di vestiti che smerciano questa sfigata mercanzia gestiti da persone in là negli anni che di surf non sanno niente e su un surfboard non hanno mai messo piede. Ma questi pensano di vendere surfboard come se vendessero qualsiasi mercanzia rivolgendosi ad un pubblico di mamme in procinto della menopausa con i loro figli semi-lobotomizzati ed ai loro mariti viagra-dipendenti con smanie di avventura, che pensano “Ok, ho la Harley D. e nel week end vado a scorrazzare in Val D’Orcia, perché non fare surf e fare la vita selvaggia, d’altronde a Biarritz c’è il “Waves and wheels””.

Un’affollata lineup del ponente ligure. Foto: Alberto Carmagnani

Poi ci sono i bocconiani freschi al primo impiego da tagliatori di teste nelle società di revisioni, o i giovani dirigenti bancari per i quali il surf è palestra e surf training, se non addirittura andare in piscina con un surfboard a caso con un istruttore improvvisato. Per quest’ultimi il surf è meglio del calcetto e alla fine si può coniugare con il golf.

Le donne iniziano a girare anche loro nel surf-mondo perché i surfer sono fighi, con il van VW da 60.000 eurelli e mangiano il pesce crudo con il vino bianco al tramonto pagando con amex platinum…e poi c’è il saluto al sole e puoi fare lo smart working. E’ tutto così figo!

In tutto ciò il surf entra nei centri commerciali sottoforma di cartonato di onda con tappeto a forma di surfboard dove farsi le foto sotto il logo di una brand di talco, viene legato (al contrario) sul tetto di una automobile in un spot per promuoverne il modello, Kelly Slater (che pur essendo il surfer agonisticamente più forte della storia del surf a mio parere non rappresenta lo spirito del surf) reclamizza un orologio da più di 7.000 eurelli (un tot dell’incasso andrà alla salvaguardia dell’oceano…), va a finire sulle pubblicità della Rolls Royce ed i surfer vengono sbeffeggiati nella pubblicità della Mercedes.
Poi c’è tutto il Wild West Show della WSL che in Italia è vista via di mezzo tra Rolland Garros e Champion League e seguita in buona parte da idioti che non surfano. Ah, poi non dimentichiamo le olimpiadi, così se la nazionale di calcio viene sbattuta fuori si può tifare quella di surf o di skateboard (meno pallosa del fioretto di sicuro).

Anche il mercato dei surfboard è stato stravolto e chi si avvicina al surf oggi non ha la più pallida idea di cosa sia un surfboard e dell’importanza di questo. Molti usano aggeggi spugnosi o plasticaccia uscita in serie come i dispenser del sapone, altri acquistano surfboard composti di materiali tipo Ikea a prezzi tutt’altro che cheap. Per chi si avvicina al surf conta più la muta (gli italiani della gentry-surf-gen sono i più freddolosi del mondo!), l’abbigliamento e il vinello con il pesce crudo al sunset.

Insomma con le nubi cupe che si palesano all’orizzonte, il surf-mondo italiano, esile e forte di due sole generazioni, avrà le forze di opporsi a questa gentrificazione? A questi closeout chopposi di sprovveduti?
Secondo me si , essendo tolleranti con i grommet e spiegando loro quali sono le regole e la cultura del surf-mondo, e spiegando loro come si sta in acqua e che la line up non è democratica, che l’onda te la devi guadagnare e se ti è concessa è una concessione appunto. Le cose che abbiamo imparato tutti per avere la cittadinanza nel surf-mondo.

Questa responsabilità ricade sulle spalle delle scuole di surf che devono vendere, oltre alla experience, l’esperienza e la cultura, e da quello che vedo le scuole di surf sono più che all’altezza per la maggior parte. Poi questa responsabilità dovrebbe ricadere anche sulle spalle dei surf shop e qua la nota è dolente perché oggi, con la scomparsa del local surf shop, è molto più facile trovare competenza e qualità dal vituperato Decathlon, che è generalista si ma deve essere anche professionale per stare sul mercato, quindi si avvale di surfer e shaper per la consulenza sui prodotti specifici, offre un prodotto magari senza appeal ma di buona qualità, piuttosto che i nuovi surf shop generici aperti da persone che non surfano e non hanno cultura specifica, e mettono sullo stesso piano un monopattino, un racchettone da spiaggia e un surfboard.

Questi surf shop generici non gestiti da surfer creano molta confusione e attraggono più che altro persone che mettono il surf sullo stesso piano di una mountain bike, di un’arrampicata o del trekking e la tipologia di cui sopra (mammeinmenopausaconpapàviagradipendentiefiglilobotomizzati).
Non sono comunque un pericolo (un fastidio si però…) perché alla line up non ci arrivano. Tuttavia questo è un vero peccato perché il surfshop dovrebbe essere l’ufficio di reclutamento in senso letterario: nel senso che fa da tramite da un mondo all’altro.

Secondo me ce la faremo a surfare anche questo close out. Tra i ventenni di adesso il surfspirit vive! Voi che ne dite?

P.S.: Io sono di Milano e milanese fino al midollo e me ne vanto, perché credo che per il surf-world in Italia abbiamo dato il nostro meglio dove e come potevamo, senza risparmiarci. Milano è una grande città che accoglie tutti e le loro culture senza nemmeno chedere da dove vengano, ma chiedendo cosa sanno fare. Ognuno di voi avrà un parente arrivato a Milano che si è fermato o che è tornato, ma è stato comunque accolto e non respinto. Detto ciò a Milano ci sono anche molti coglioni e per me un coglione è un coglione, al di là da dove venga. Se vedete un coglione in line up e scoprite che è tale non accomunate tutti i milanesi a lui.

Molti di noi hanno assistito ad incidenti causati dalla mancata osservazione delle regole a Levanto, tra gli spot più affollati d’Italia. Ph: Ilaria Troisi

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