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Pubblicità! (Il surf fuori dall’acqua)

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Nelle memorie di un surfista milanese cientoppecciento non può mancare il capitolo “pubblicità”.

Il surf infatti è sempre stato lo sport dal quale sono scaturite tutte le mode estive, anno dopo anno, le tendenze si manifestavano spontaneamente e inconsapevolmente sulle spiagge di tutto il mondo tra tavole, wax, e capigliature arruffate, per essere assimilate, digerite e riarrangiate dal mondo della moda e del lifestyle.

Verso la fine degli anni ’80, quando ho iniziato a surfare, Milano era sicuramente la capitale indiscussa della creatività: un rigurgito continuo di idee, sperimentazione, opportunità, l’epoca delle top model, della musica pop, delle riviste patinate e dei molteplici stili dove anche il surf aveva un suo spazio e una sua identità.

Il materiale (tavole, mute, wax, riviste) non era facilmente reperibile e spesso ci si affidava al parente di turno che andava in vacanza negli U.S.A. per farsi portare una muta o un po’ di paraffina. I negozi di surf in Italia si contavano sulle dita di una mano.

Casualmente incappai in Rick’s Surf, – un negozio con due vetrine, ai miei occhi un tempio – che aveva un po’ di materiale anche se in realtà trattava più windsurf: dal negozio però uscii con una coloratissima swallow tail Spectrum 6’3″ made in Florida e con un paio di numeri di telefono di altri surfers.

Ero completamente ignorante in materia e non sapevo letteralmente da che parte girarmi, ma presto le nuove amicizie mi misero sulla strada giusta, consentendomi di partecipare alle uscite e permettendomi di entrare sempre più in contatto con la realtà italiana.
Fu una vera rivelazione e mi feci presto dei nuovi amici.

Contemporaneamente, tra fotografi, giornalisti e art directors militanti nel parentado vicino e lontano, mi capitava di essere precettato per qualche servizio fotografico. La produzione di allora era mostruosa sia per quantità che per qualità, tutto veniva scattato a Milano e la cosa non era infrequente: negli anni venni chiamato diverse volte e spesso mi capitò di coinvolgere anche i miei nuovi amici.

Così, quando mi chiamarono per un servizio dove erano necessari due surfers, non me lo feci ripetere due volte.

Telefono alla mano, chiamai Joe, gli spiegai la situazione e devo dire che non stette troppo a pensarci. Caricammo le tavole e ci trovammo al Superstudio13 in zona Tortona, che allora come oggi è il tempio della fotografia d’autore. Praticamente tutti i servizi di moda (Vogue in testa) e gli scatti per le pubblicità venivano prodotti lì: ti poteva capitare, in un giorno qualsiasi, di entrare e andare a bere qualcosa nel bistrò interno e di incontrare nei corridoi Oliviero Toscani, che era praticamente “resident”, o Giorgio Armani che vigilava sugli scatti delle nuove collezioni.

Noi eravamo degli autentici, purissimi barbari che si accingevano ad entrare a Palazzo Reale.

Il servizio per il quale venimmo convocati in realtà era niente meno che una pubblicità per una (allora) nota casa produttrice di computers…
Come i creativi siano arrivati a trovare un legame tra il surf e uno dei primi mini notebook rimane un insondato mistero, ma noi eravamo pagati e tutto sommato della dietrologia non ce ne fregava niente. Eravamo lì per fare i surfers!

Ci presentammo di buon’ora, anche perchè nelle mie pregresse esperienze sapevo che in studio entri al mattino ma non sei sicuro di uscire ad una certa ora: finché il fotografo o l’art director ritiene di dover scattare, si scatta.
Potevi facilmente entrare con il buio e uscire con il buio.
Non ricordo chi fosse il fotografo, il team era numeroso: assistenti, truccatori e parrucchieri. Catering.

Lo studio dove dovevamo scattare però era ancora occupato: così, ci mettemmo seduti nell’atrio con la nostra mercanzia per scoprire che prima di noi c’era un servizio di intimo femminile.

La modella in realtà per gli addetti ai lavori ha la mera funzione di appendiabiti, ma le modelle di intimo dovendo essere mostrare praticamente nude vengono scelte con dei criteri diversi. Diciamo che vanno verso la perfezione, soprattutto allora, quando il digitale nel ritocco fotografico non esisteva.
Per i non addetti ai lavori, nell’ambiente della moda il nudo è assolutamente normale: ma noi avevamo vent’anni e abbiamo dovuto attendere un paio d’ore davanti ad una porta spalancata su un set pieno di modelle che continuavano a cambiarsi la lingerie come se fossero in un camerino. Solo che erano in un open space a quattro o cinque metri da noi.

Assistevamo interdetti, aspettandoci da un momento all’altro di essere sbattuti fuori a calci, ma ricordo che la luce intorno set era soffusa, pertanto non si vedeva il nostro colorito rosso peperone. Ce ne stavamo immobili come degli scorfani su una roccia.
I bulbi oculari, contro la nostra volontà, roteavano fuori sincrono come gli occhi del camaleonte. Mi sentivo Marty Feldman!

Poi finalmente dopo un paio d’ore di perplessità e sofferenza lo studio venne sgombrato e toccò a noi. Ci cambiammo, le tavole finirono sui cubi di polistirolo e noi sopra le tavole: piroette, cadute, mosse e mossette… non fraintendetemi, fu una cosa molto professionale, ma piuttosto divertente per tutti.

Già ci vedevamo sulle copertine dei principali giornali, magari di fianco a Naomi Campbell. Ciao mamma, guarda, sono famoso!

Come è andata a finire?

Se zoomate sull’onda, noi siamo quelli dentro il tubo.

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Mammifero di sesso maschile della specie "homo sapiens", sottospecie "goofy foot" (ricordiamo che i goofy sono stati creati dalla scintilla divina, mentre i regular discendono per linea evolutiva dalle scimmie). Esploratore entusiasta classe 1972, ho iniziato a fare surf verso la fine degli anni 80 e ho avuto la fortuna di conoscere delle persone straordinarie e di condividere con loro parecchie esperienze dentro e fuori dall'acqua. Ho un approccio multidisciplinare con tantissimi interessi diversi: vivo a Milano (non ridete) dopo diversi anni passati all'estero come manager di aziende italiane e mi occupo tutt'ora di direzione aziendale. Scrivo di design, altra passione che si unisce alla professione, e da poco grazie ad una "sliding door" anche di surf. A volte prendo dentro, e me ne scuso, ma si vive una volta sola, se vi offenderò non ci sarà niente di personale.

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