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Trenta centimetri…

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A cura di Dario Negri

Le cose erano andate più o meno così: era il 1994 e lo spot era un beach break della Versilia ai bagni Nimbus, poteva essere forse aprile… Ero partito come sempre da Milano con Matteo e ci trovammo a Genova con Ettore, allora frequente compagno di scorribande. Arrivammo a Viareggio di sera e prendemmo posto in una delle tante pensioni sul lungomare che ormai frequentavamo con una certa assiduità, in quanto la Versilia era in quegli anni l’indubbio centro delle attività del surf in Italia.

Questo si doveva senz’altro al grande lavoro fatto da Alessandro Dini, allora Presidente dell’Asi, editore dell’unico magazine, organizzatore di eventi e detentore dei contatti con ISA e ASP e con qualche sponsor serio. Alessandro, con tutta la sua toscanità, si dannava l’anima per costruire una associazione nazionale e devo dire che nonostante non sempre fossimo d’accordo, gli va riconosciuto il grande merito di aver creato quello che è stato forse il momento migliore e più alto dell’associazionismo, mantenendo uno spirito e un ambiente positivi e “progressive”. In parole povere, si era fatto un culo così e stava mietendo i giusti risultati delle sue fatiche. Aveva grande credito, eravamo tutti contenti e ci si trovava sempre in acqua (non sui social!) o in prossimità dell’acqua, seduti a magnare, bere e parlare di surf.

Comunque, ci trovavamo lì per un motivo preciso. Qualche giorno prima mi era arrivata la telefonata di conferma:

“Nat Youg viene”.

Detto fatto, la mattina seguente ci alziamo e andiamo ai bagni Nimbus dove siamo accolti da una monumentale Ford Woody color crema, con un bel bagagliaio pieno di tavole… una cosa che potresti chiedere al genio della lampada, venti Donald Takayama fresche di glassing, una più bella dell’altra, uscivano ordinatamente scaricate da Nat, Duane (De Soto), Joel (Tudor) e Beau (Young).

Io sono milanese, quindi arrivo sempre in anticipo e non potevo credere ai miei occhi… ai bagni non c’era ancora nessuno, Alessandro arrivò due minuti dopo di me e andammo a fare colazione tutti insieme, io avevo gli occhi di fuori… poi andammo a guardare il mare e cazzo, la situazione sembrava decisamente drammatica. Disponevamo di un campione del mondo e surf legend (not to mention gli altri tre, che lo sarebbero stati negli anni seguenti!), venti tavole d’autore ma neanche un’onda.

O meglio. Verso il confine dei bagni, sulla destra, doveva esserci una mini secca, cinquanta centimetri d’acqua al massimo, dove continuavano ad arrivare queste micro onde da trenta-quaranta centimetri, senza ritmo, da tutte le direzioni, così, semplicemente si alzavano e si srotolavano per una ventina di metri…completamente glassy, ma briciole. Nat si girò, battè le mani e con un gran sorriso disse “Let’s go!”

Era ancora presto e non era praticamente arrivato nessuno e quello che non avevo capito era che le tavole Takayama erano da usare… non ci potevo credere… ne presi una su mera base estetica (un pintail “azzurro Takayama”) e ci buttammo in acqua… una cosa incredibile… su quelle ondine si partiva e si surfava e Nat fu il primo a partire, ricordo perfettamente come camminava andando in hang ten, passandomi davanti con un gran sorriso. O forse era il mio di gran sorriso. Ettore gli partì subito dietro mettendosi in verticale sulla testa, tanto ti permettevano quelle ondine.

Sta di fatto che la session durò un paio d’ore prima che iniziassero ad arrivare gli altri alla spicciolata, le micro onde continuavano ad arrivare senza smettere, sembrava uno skilift.

Nat surfava e si sedeva di fianco a ognuno di noi, dando consigli sulla tecnica, sulle tavole… aveva una parola per tutti, un sorriso per tutti… a un certo punto mi si sedette di fianco e mi disse “I think you chose the right board, that’s the good one for you” ovvero hai scelto la tavola giusta per te… Mentre gli rispondevo, un’idea mi fulmina “Nat, do you think I could buy it? Gonna pay it straight away” Nat ci pensa su un momento e mi fa “Sure!”. Detto fatto me la faccio mettere via, mi asciugo, prendo la macchina, guido fino a Milano, prendo i soldi, guido di nuovo fino in Versilia ed eccomi li. Nel frattempo le persone erano arrivate, la festa era iniziata e Nat, che aveva portato le tavole per farle provare, in realtà le aveva già piazzate tutte. Era colpa mia. Andarono tutte e venti e molte finirono troncate, non credo ne siano rimaste tante in giro, quasi nessuna, la mia è andata appesa e promessa a mia figlia.

Una di quelle tavole la incontrai più tardi in acqua, in Sardegna, e fu grazie a lei che strinsi una nuova amicizia, ma questa è un’altra storia.

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