L’ecosostenibililtà delle Mute e Tavole da surf

Dalla tesi di laurea in Bocconi di Marco Bucalossi, surfista e studente di economia, un interessante approfondimento sull’ecosostenibilità nel surf con gli esempi di Matuse, No-Made e Alterego

19/07/2019
scritto da Redazione 4Surf

Come noi Marco Bucalossi è un grande appassionato di surf sensibile all’ambiente e si è da poco laureato in International Economics and Management all’università Bocconi di Milano. Durante il suo percorso di studi ha focalizzato l’attenzione sulla sostenibilità nel mercato del surf e in particolare su quello delle mute e tavole.
Con la sua tesi intitolata “Sustainability in the surf industry and reduction of the use of plastic materials” ha ottenuto un voto finale 106/110, e di seguito ci sintetizza il suo lavoro analizzando i casi reali dei brand MatuseNo-Made e Alterego.

Marco Meccheri in una recenta mareggiata primaverile con la Dante 2 Matuse

Se sei un surfista è molto probabile che sei una di quelle persone a cui importa dell’ambiente, dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento della plastica. Queste tematiche ti stanno molto a cuore e il motivo principale è perché si parla del danneggiamento del tuo parco giochi, l’oceano.
Oggi più che mai la comunità surfistica si fa portavoce della sostenibilità ambientale, e lo si vede negli spot pubblicitari o nei cartelloni dei grandi brand del surf che sfruttano questo trend odierno in parte per sensibilizzare i consumatori, ma in gran parte anche per incrementare i profitti, non è un segreto.

Ma quanto realmente sostenibile è l’industria del surf in sé? Quanto realmente “verdi” siamo noi surfisti e i prodotti che usiamo per divertirci? D’altronde sia le nostre amate tavole sia le nostre mute di neoprene sono fatte di resine, polistirolo e gomma, quindi plastica, o meglio polimeri plastici derivanti dal petrolio, non proprio il materiale più “green” in circolazione.
Ed è importante ricordare che la maggior parte dei prodotti relativi al surf vengono fabbricati in paesi asiatici per essere venduti principalmente in Nord America e Europa, percorrendo migliaia di chilometri e innalzando drasticamente le emissioni di CO2 relative ai trasporti.

Molte persone con cui ho parlato di questi argomenti mi hanno risposto che ci sono problemi più grandi e industrie più dannose, e che quindi noi surfisti siamo una fetta così piccola del danno da poter essere trascurata. In parte può anche essere vero, ma non posso essere totalmente d’accordo. L’industria del surf è grande, più di quanto si pensi. Solo nel 2011 The Economist ha riportato un numero globale di surfisti pari a 35 milioni, e per via dei numeri in crescita data l’entrata del surf nelle olimpiadi del 2020, ci si aspetta che l’industria generi fino a 7.3 miliardi di dollari all’anno.

Inoltre, come i surfisti ben sanno, questa industria non è solo tavole e mute, ma anche vestiti (e ricordiamoci che l’industria del fashion è la seconda più inquinante al mondo) e viaggi, altra causa di inquinamento, basti pensare alla quantità di emissioni che produce un aereo di linea, che è pari a quella di 600 auto Euro 0.

Grazie anche alla odierna tendenza di dare importanza al fattore sostenibilità un po’ in tutte le cose della nostra vita, anche nell’industria del surf è da qualche anno che stanno emergendo diverse iniziative e realtà che si focalizzano sulla riduzione dell’impatto ambientale. Oltre alla famosa Patagonia, modello di business sostenibile per eccellenza, e alle sue mute realizzate con gomma naturale Yulex prodotta tramite piantagioni di guayule, esiste un’altra azienda nella California del Sud che produce mute con un alto livello di ecosostenibilità, utilizzando un tipo di gomma proveniente dalla lavorazione di particolari rocce che è definito limestone rubber.
Sto parlando di Matuse (scopri di più QUI), fondata da John Vincent Campbell nel 2006 con lo scopo di realizzare la muta migliore di sempre.

Matuse wetsuit

Per raggiungere tale obiettivo, Matuse ha creato un neoprene a base di limestone rubber, chiamato Geoprene, grazie alla collaborazione con il colosso giapponese Yamamoto, principale produttore di tale materiale. Il prezzo di tale mute è simile a quello dei modelli top di gamma di altri brand, ovvero €500-550, anche se recentemente è stata introdotta la linea Geoflex, caratterizzata da prezzi più bassi (circa €300) e da un materiale più flessibile. Tuttavia i vantaggi rispetto a una tradizionale muta in neoprene sono molteplici.

Innanzitutto, il materiale non viene dal petrolio, ma da un elemento molto più sostenibile dato che i giacimenti di roccia sfruttati possono durare fino a oltre i 3000 anni. Inoltre, il Geoprene presenta delle caratteristiche fisiche che incrementano la performance in modo radicale.
Infatti, le micro celle sono più piccole e si dispongono in maniera più regolare rispetto a quelle del neoprene e il risultato è una maggiore impermeabilità, più precisamente il Geoprene raggiunge una impermeabilità del 98% contro il 65% del neoprene tradizionale. Questo fa si che una muta in Geoprene non si inzuppi come una spugna e conseguentemente si può utilizzare meno materiale per raggiungere lo stesso livello di calore rispetto al neoprene.

Il risultato è una muta più leggera, più calda, che si asciuga più rapidamente e soprattutto più duratura. Invece di avere una vita media di 6 mesi come la maggior parte delle mute sul mercato, le mute Matuse possono durare dai 5 ai 10 anni e questo non solo è vantaggioso dal punto di vista dei costi e della performance, ma anche dal punto di vista dell’ambiente. Una maggiore durabilità permette di ridurre la necessita di compare una nuova muta ogni anno, e quindi la necessita di produrre un elevato numero di mute, la cui produzione, essendo un prodotto industriale, è altamente inquinante per via degli sprechi energetici e delle emissioni elevate di CO2.

Attuando una analisi più approfondita dei prezzi si può notare che effettivamente le mute Matuse hanno un prezzo sopra la media di circa €50, dovuto al maggiore costo di produzione, ma se si pensa al fattore durabilità nel tempo il prezzo scende drasticamente dato che non si avrebbe bisogno di acquistare una nuova muta ogni anno (o ogni due per un surfista italiano).

No-Made boards

Parlando invece di tavole, è da circa gli anni sessanta che i nostri giocattoli vengono realizzati nello stesso modo e con gli stessi materiali: principalmente foam poliuretanici, fibre di vetro e resine, che sono derivanti da polimeri plastici provenienti dal petrolio nonché materiali tossici sia per l’uomo che per l’ambiente.
Il materiale sostitutivo più eco sostenibile in assoluto è sicuramente il legno. Sostenitore di questo ritorno alle origini è Eugenio Celli e le sue No-Made Boards in paulownia (scopri di più qui), costruite con il metodo “hollow” per renderle più leggere e per sprecare meno materiale possibile.

Il legno, oltre ad essere più resistente e  duraturo, è anche totalmente biodegradabile. Ovviamente il prezzo è decisamente elevato, essendo prodotti di artigianato, e le performance non sono le stesse di una classica tavola in vetroresina.
Per questo motivo Sustainable Surf, una organizzazione americana no profit, ha lanciato nel 2012 il progetto ECOBOARD, realizzando l’unico certificato da terze parti nell’industria del surf.

L’obiettivo è quello di stabilire degli standard e dei parametri per identificare tavole dalle alte prestazioni e nello stesso tempo realizzate con i materiali più moderni e più sostenibili sul mercato, così da ridurre il più possibile l’impatto ambientale della produzione di tavole da surf. Una tavola certificata Ecoboard (ovvero costruita con un foam blank con una componente riciclata o biologica almeno del 40%, con l’utilizzo di una resina epoxy con almeno il 15% di componenti biologiche o con un blank in legno) produce una impronta di carbonio ridotta del 30% rispetto a una tradizionale tavola realizzata con resine poliuretaniche.

Giovanni Cossu con la sua tavola Alterego

Non è il massimo che si possa fare per rendere le nostre tavole effettivamente più green, dato che comunque tale certificazione è ottenuta anche da tavole prodotte in Thailandia che poi percorrono migliaia di chilometri prima di raggiungere il consumatore finale.
In Italia, più precisamente in Sardegna, Alessandro Danese ha fondato nel 2017 Alterego Surfboards con la missione di fare di più, cioè di realizzare tavole altamente performanti mantenendo concretamente al centro il fattore sostenibilità e dimostrando che non è necessario sacrificare una delle due cose per soddisfare l’altra.

Le tavole di Alterego (scopri di più QUI) sono costruite con foam EPS non importati dall’Asia ma localmente prodotti in Sardegna. La resina usata è la Entropy Super-Sap, una resina a base biologica, e tutte le parti strutturali e di rinforzo sono realizzate con il sughero, che oltre ad essere un legno facilmente rinnovabile, è anche ottimo per assorbire vibrazioni, e quindi a stabilizzare la tavola in condizioni un po’ “choppy”. Inoltre l’80% degli scarti di materiale è riutilizzato per produrre diversi tipi di prodotti o per le forniture dell’ufficio. L’utilizzo di tali materiali alza il costo di produzione, ma il prezzo finale (pari a €699) rimane in linea con quello di altre tavole performanti sul mercato, basti pensare a brand come Firewire o Channel Islands.

Performance ed ecosostenibilità nelle tavole Alterego – Rider: Giovanni Cossu

Queste iniziative ispirano molta fiducia nel futuro dell’industria del surf, però è da considerare anche il fatto che molti dei materiali e dei processi citati non sono ancora applicabili dai giganti del mercato, come Rip Curl o Billabong, che hanno lavorato nello stesso modo per decenni, e pure i piccoli shaper locali hanno difficoltà a utilizzare nuove resine e foam sui non sono abituati a metterci le mani.

Ma il limite più grande a rendere il mondo del surf più “green” risiede nei consumatori, ovvero noi surfisti. Oltre al fatto che cambiare le abitudini di un surfista è molto dura, dato che si rischia di alterare il feeling con il mezzo che usa, da un questionario che ho mandato a diversi surfisti, principalmente europei, è emerso che il vero problema non è tanto l’avere interesse per l’ambiente o la volontà di acquistare prodotti più ecosostenibili, ma più che altro ciò che manca è la consapevolezza dell’ esistenza di certe iniziative e del reale rapporto tra qualità e prezzo di prodotti come quelli che ho descritto precedentemente.

Tutti si lamentano dei prezzi troppo elevati senza sapere che in verità prodotti come le mute di Matuse o le tavole di Alterego hanno costi simili alla maggior parte dei brand sul mercato a parità della qualità e della performance, e se si considerano le caratteristiche relative alla sostenibilità e alla durabilità risultano addirittura più economici.

Le piccole aziende dovrebbero quindi cercare di farsi conoscere maggiormente, soprattutto evidenziando i loro sforzi per cambiare l’industria e la comunità surfistica in meglio, dato che è ciò che desiderano gli stessi surfisti. E allo stesso tempo i colossi dell’industria dovrebbero prendere iniziativa nell’educare i consumatori in modo da direzionare la domanda sui prodotti più ecosostenibili.
Nel momento in cui i metodi e i materiali utilizzati da queste relativamente piccole realtà verranno applicati anche dalle grandi aziende surfistiche a livello industriale, allora forse il surf diventerà un settore realmente sostenibile, di ispirazioni per altre industrie più dannose, come per esempio quella del fashion, facilmente relazionabile con quella del surf.

Tuttavia, per realizzare ciò è necessario che i surfisti si interessino e si informino maggiormente su quello che possono fare per danneggiare il meno possibile i nostri oceani, come per esempio investire quei €50 in più per una muta dalla durata di 5 anni invece che 6 mesi, dato che solo una crescente domanda per queste tecnologie permetterà alle aziende che le producono di crescere e conseguentemente influenzare l’intero mercato.

Articolo di Marco Bucalossi (Foto di seguito)

 

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