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Quattromila chilometri così

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Di Paolo Stocchi

Correva l’anno 1985.
Si era esattamente a cavallo tra la prima e la seconda metà del decennio che è passato alla storia come la decade della leggerezza, l’epoca viziata dal consumismo sfrenato. Cultura pop, musica pop, televisione commerciale, alta finanza, investimenti, speculazioni, yuppies, paninari e abiti costosi. Un decennio che, dopo essere stato eclissato dalla controcultura “grunge” degli anni novanta, da qualche anno a questa parte è tornato in auge influenzando la cultura popolare moderna.

La società e l’economia degli anni ottanta hanno cavalcato la seconda potente ondata del turismo stagionale estivo, che era frutto di un boom economico che oggi ricordiamo associato all’immagine pubblicitaria della “Milano da bere”.
La moda delle vacanze al mare e di abbronzare quelle “chiappe chiare” fu consacrata da Carlo Vanzina nel film culto “Sapore di mare” del 1983. Il film, tuttavia, ricordava che questa degli anni ottanta era una semplice fotocopia sbiadita di un’epoca già vissuta.
Si riportavano alla memoria la gloria e gli sfarzi della prima vera ondata del fenomeno turistico balneare tutto italiano, che si delineò negli anni cinquanta dopo il primo vero boom economico post-bellico ed esplose nei sessanta.

Già da allora, orde di turisti nordeuropei invadevano le coste italiane, soprattutto quelle adriatiche, della Toscana e del Lazio lungo la costa Tirrenica, e della Romagna e delle Marche lungo quella Adriatica. Ad attendere i turisti c’erano spiagge che dovevano necessariamente ma innaturalmente espandersi per contenere un numero crescente di brandine ed ombrelloni. Gli alberghi, i ristoranti e i parcheggi dovevano moltiplicarsi in numero rimanendo confinati entro la fascia compresa tra battigia e strada litoranea o ferrovia e rimpiazzando le dune e l’ambiente di retro-spiaggia.

Dunque, il 1985 viene ricordato per l’ondata di freddo che interessò il mese di Gennaio, uno dei mesi più freddi della storia d’Italia e che fu caratterizzato dalla “nevicata del secolo”. A fine anno, e con la speranza che una seconda ondata di freddo avrebbe imbiancato le cime delle Alpi, migliaia di italiani erano impegnati a vivere il sogno del momento, la tanto attesa “settimana bianca”. Anche qui i Vanzina contribuirono a fomentare il boom del turismo stagionale, in questo caso invernale, con il film “Vacanze di Natale”, sempre del 1983.
Il vacanziero italiano, la cui “personalità” estiva era ora in letargo, andava “munto” sulle piste da sci. Nuovi abiti, nuova attrezzatura, alloggio e ski pass. Tutto rigorosamente molto costoso e fluorescente ai massimi livelli.  

Fu proprio nel mese di Dicembre, mentre una moltitudine di Christian De Sica urlavano sulle piste da sci “ma li mortacci tua” e altrettanti Jerry Calà rispondevano dalle baite “libidine coi fiocchi“, che la rivista Airone, leader nel settore di ambiente e natura, fece uscire il numero 56. All’interno della rubrica “Natura e Società” compariva un articolo di otto pagine dal titolo “Quattromila chilometri così” (vedasi fotografie allegate). Gli autori erano Riccardo e Cristina Carnovalini, una coppia sposata e con la passione dell’escursionismo, o hiking, come diremmo oggi. A proposito, oggi possiamo seguire le loro gesta sulla pagina Instagram “ilmovimentolento” (@ilmovimentolento).

Il loro articolo non parlava di montagna, di neve, ma faceva luce su quel palcoscenico che si anima a Maggio e si chiude a Settembre. Quella striscia di terra e acqua che borda la penisola italiana e che sembra esistere solo quando non c’è la scuola. Quel luogo che, durante l’inverno, diventa un non luogo, sospeso tra la nebbia e la pioggia, un concetto che “il pensiero non considera… qualcosa che nessuno mai desidera”, come scritto e cantato da Enrico Ruggeri e poi Loredana Berté.

Armati di pazienza, spirito di osservazione e di una macchina fotografica, Riccardo e Cristina avevano intrapreso un cammino a piedi durato 135 giorni lungo la costa della penisola italiana.
Nero su bianco e col supporto di foto a colori, i due autori riferivano circa il suo stato. Un sottotitolo, tuttavia, avvisava il lettore: “Il diario di un’esperienza che avrebbe dovuto essere fantastica e che si è rivelata angosciante”.

L’articolo era infatti una secchiata di vernice nera, viscosa e maleodorante gettata contro un immaginario collettivo frizzante di Coca-Cola, fresco e dolce di Calippo, dai mille colori fluorescenti come un paio di bermuda Gotcha, il tutto al suono di una melodia ritmata dei Righeira.
Concetti quali abusivismo edilizio, inquinamento, erosione, malaffare, illegalità, mancanza di leggi opportune, distruzione, morte di animali, soprusi creavano una immagine che era in netto contrasto con quelle delle copertine delle riviste patinate del settore turistico. Il confronto tra le fotografie a colori su pellicola Kodachrome di queste ultime con quanto descritto dall’articolo, generava una forte e disturbante dissonanza. 

Dunque, i nostri viaggiatori stavano camminando lungo la costa adriatica in direzione sud. Nel bel mezzo della provincia di Pesaro (e ora anche Urbino), gli autori notavano e riportavano:
“Tra Marotta e la foce del Cesano, nelle Marche, un incubo spaventoso sembra materializzarsi nella nebbiolina del mattino: due giganteschi palazzi triangolari, edificati a pochi metri dalla battigia. Sono chiamati “Le Vele” e fra qualche anno, in virtù dell’incalzante fenomeno erosivo, il mare ne segherà inesorabilmente le fondamenta. Con il crollo che ne deriverà andranno in pasto ai pesci anche i ricavi di decine di piccoli proprietari che credevano di aver fatto l’affare della loro vita”.

Le Vele di Marotta (PU) nelle Marche

Qui gli autori puntano il dito contro uno sviluppo urbanistico sconsiderato che è alla base dei problemi che constatiamo oggi nel 2021. Notiamo subito che la previsione degli autori non si è mai verificata. Sappiamo il perché. La costruzione del complesso Le Vele rese necessaria la messa in posa di barriere soffolte per prevenirne la distruzione.  Ecco spiegato il meccanismo perverso: si generava un danno e si vendeva la soluzione. Sappiamo anche quello che accadde dopo. Le scogliere che venivano poste a protezione di edifici troppo vicini alla battigia finivano con lo spostare i fenomeni erosivi altrove, in genere a nord e sud delle barriere, dove l’energia dei marosi veniva focalizzata dalle strutture stesse.
Capiamo dunque cosa venne innescato, ovvero un processo a feedback positivo che finiva con il “metastatizzare” i fenomeni erosivi. La chiusura totale della costa fu venduta come unica soluzione possibile e definitiva. Oggi sappiamo che non è così, altrimenti ora non ci sarebbero problemi di erosione.

Proseguendo il loro viaggio attraverso le basse Marche in direzione Sud, i due viaggiatori riportavano:
Scendendo verso gli Abruzzi il nostro cammino verso sud diventa una marcia fra le erosioni”
Qui gli autori davano voce, anzi, penna ad Alessandro Marcello che, nella prefazione del volume “Da Trieste al Gargano” delle Coste di Italia, scriveva: Fino a pochi anni fa i fiumi portavano al mare i loro sedimenti con il ritmo delle stagioni. Oggi non lo fanno più, distolti come sono per istanze dell’energia elettrica”.

L’articolo, poi, continuava così: I risultati si vedono: i muri delle case che delimitano le proprietà litoranee stanno cedendo alla furia dei marosi” e inoltre per lunghi tratti le scogliere artificiali di protezione sono state sommerse completamente“.

L’onda che raggiunge la strada costiera a Marina di Montemarciano – Dicembre 2020

L’uomo erige con affanno le sue barriere anti-erosione. L’acqua salata le sgretola, le inghiotte, le fa sue, procede inesorabile metro per metro. È una lotta rabbiosa con il mare proteso a riappropriarsi dei miliardi di metri cubi di materiale che gli spettavano e che l’uomo gli ha indebitamente sottratto”.

Ecco, questo è un punto fondamentale che illustra la natura duplice del problema dell’erosione indotta dall’uomo. Vediamo l’azione parallela di due concause che si manifestano in zone ben distinte. A valle abbiamo gli effetti diretti e localizzati dell’edilizia costiera, a monte invece abbiamo il problema, che sussiste su scala mondiale, della riduzione di sedimento in seguito alle opere antropiche ai danni dei letti fluviali, all’agricoltura, alla bonifica di aree malsane e alla creazione di dighe e centrali per la conversione di energia idroelettrica. Le nostre comodità avevano un prezzo molto alto. Una bella fetta di questo prezzo è stata la riduzione del tasso di sedimentazione a costa.

Questo era il 1985. Oggi, quasi quaranta anni dopo, siamo testimoni degli effetti di un modello decisionale che non è mai cambiato e che è stato applicato in modo incontrastato.
In tutto ciò l’Italia ne esce come vittima e carnefice. Vittima perché ha perso la naturalità delle sue coste, carnefice perché è stata essa stessa a plasmare una economia fortemente basata sulla cementificazione, sull’edilizia selvaggia, sulle cave, sui laterizi ed inerti, sul trasporto su ruote. Un sistema melmoso dove appalti, subappalti, favori e mazzette hanno proliferato senza una legislazione adeguata.

Oggi, come nel 1985, ogni cittadino ha in mano un potere che viene con delle responsabilità, proprio come Spiderman.
Si tratta del potere decisionale che guida il mercato. Si tratta di essere responsabili e scegliere non tanto quello che ci piace da morire, ad esempio casa/parcheggio/ristorante/albergo a 1 m dalla battigia, ma quello che è sostenibile per questo ambiente e per le generazioni future.

Di Paolo Stocchi

 

L’elefante nella stanza: un’eredità insostenibile sulle spalle delle generazioni future

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