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Gerry Lopez, intervista esclusiva a Mr. Pipeline

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Nelle ultime ore è uscito “The Yin & Yang of Gerry Lopez”, il film Patagonia che getta luce su una delle più importanti figure di riferimento del surf. Mettetevi comodi e godetevi questo viaggio della durata di 100 minuti all’interno della vita di una leggenda, Gerry “Mr. Pipeline” Lopez.
In occasione dell’uscita del tanto atteso film abbiamo avuto l’onore di intervistare Lopez e scoprire qualcosa in più sul maestro. Prima di cliccare play qui sopra ti consigliamo di leggere la bellissima chiacchierata fatta con l’eroe tra i più enigmatici del surf, la cui storia viene raccontata sul grande schermo dal pluripremiato regista di documentari skater tra i più influenti di tutti i tempi, Stacy Peralta.
Per sapere di più sul film e guardare il trailer leggi questo articolo.

Ciao Gerry, è un vero onore poter parlare con te. Prima di tutto ci racconti come ti sei avvicinato al mondo del surf?

Da piccolo trascorrevo molte ore sulla spiaggia. Sono praticamente cresciuto lì. Mia madre faceva l’insegnante e alcuni dei suoi studenti avevano il permesso di fare surf. Non so se fossero ragazzi difficili, o forse gli concedeva una pausa dai compiti o qualcosa del genere, ma quando avevo dieci anni, e mio fratello più piccolo ne aveva otto, ci portò giù in spiaggia a Waikiki e i suoi studenti ci fecero provare due tavole da surf a noleggio. E così, quella fu la prima volta che uscimmo in mare con mia madre.
Era un’ottima nuotatrice e mi spinse verso la mia prima onda. Quella sensazione di scivolare – che i francesi chiamano “La Glisse” e che in qualche modo, quando i francesi ne parlano, è molto più di una semplice sensazione fisica – ha connotazioni metaforiche molto più profonde. “La Glisse” indica proprio questo scivolare. Ricordo la sensazione di cavalcare l’onda che spinge la tavola da surf. Non la capivo. Mi limitai a sentirla e mi fece sentire davvero bene. Capii che avrei voluto farlo ancora e ancora – e tutta la mia vita è cambiata. In realtà, non è cambiata subito perché ci sono voluti alcuni anni prima che iniziassi davvero a dedicarmi al surf. Ma quella prima volta in cui ho provato quella sensazione di scivolare e sentire l’onda che mi spingeva avanti in quel modo, fu una sensazione magica.

E poi come sei arrivato da lì alla North Shore e infine a Pipeline?

Al liceo ero già appassionato di surf. Nel senso che non lo praticavo solo per divertirmi. Sai, al liceo vuoi essere per forza qualcuno. Devi trovare una sorta di identità. Non ero bravo negli sport o abbastanza alto per giocare a football o a baseball. Quindi, penso di aver scelto il surf perché per me era davvero facile essere un surfista: non dovevi nemmeno essere tanto bravo, dovevi solo identificarti con quello sport. Quella era la mia identità.
Alle Hawaii puoi prendere la patente se hai compiuto 15 anni. Avevo 14 anni e il mio amico ne aveva già 15, quindi poteva guidare e ci dirigemmo sulla North Shore. Un giorno voleva andare a Pipeline, e quell’inverno per qualche motivo le onde erano piuttosto piccole. Quel giorno, a Pipeline, l’onda più grande era alta forse 1/1,5 metri. Ma fu una bellissima giornata, ed eravamo gli unici su tutta la spiaggia, non c’era nulla che ci mettesse paura.

Pipeline la conoscevano già tutti. Ma quel giorno era piccolo e dall’aspetto molto tranquillo. Quindi, uscimmo in mare e le onde di Pipeline rompevano molto velocemente. Diventavano molto ripide e sui longboard dritti senza rocker era davvero difficile. Magari riesci a prendere l’onda, ma poi alzarsi in piedi sulla tavola è realmente difficile perché l’onda si alza così velocemente che la punta si abbassa e finisci per nuotare fino alla spiaggia. Ed è quello che successe a me e al mio amico. Onda dopo onda, venivamo buttati giù dalla tavola. Poi si unì a noi un altro ragazzo e capimmo che era Jock Sutherland, un ragazzo già abbastanza conosciuto. Aveva la nostra stessa età ma era cresciuto sulla North Shore, quindi facemmo insieme un bel po’ di surf. Era molto bravo e ci ha aiutati nei take-off.

Pipeline era uno spot già affollato in quei tempi?

No. Il motivo per cui ho avuto successo con Pipeline era perché quando ho iniziato a fare surf tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, non era ancora uno spot famoso, solo perché le tavole non erano adatte a quel tipo di onda. Erano onde difficili da domare, quindi molto spesso ero solo lì o forse con un paio di persone.
Quello era anche un periodo in cui le tavole da surf si stavano sviluppando molto rapidamente e io già lavoravo alle mie. In sostanza ogni volta che vai a fare surf pensi sempre a come la tavola che stai utilizzando potrebbe funzionare meglio per te. Ogni volta rimodelli quella tavola nella tua mente. E si sapeva che le onde di Pipeline spezzavano a metà le tavole da surf, quindi quando la tua si spaccava, dovevi farne un’altra. Ogni volta che la shapavo, cercavo di migliorarla, in modo che fosse indistruttibile per Pipeline e alla fine sono arrivato a un punto in cui ho realizzato una tavola che era perfetta per quello spot.

Quanto tempo hai impiegato per creare una tavola per Pipeline – ammesso che sia possibile farlo?

Mi ci sono voluti diversi anni perché le tavole iniziarono a cambiare alla fine del 1967, per tutto il 1968-69. Nessuno sapeva davvero come dovessero essere queste nuove tavole da surf più corte. Sapevamo come volevamo che solcassero le onde, ma non sapevamo come shaparle affinché lo facessero in quel modo. Nessuno fu in grado di capirlo inizialmente, e le tavole erano tutte così diverse, nel tentativo di trovare quella giusta. Alla fine gli shape nuovi hanno iniziato a funzionare meglio e poi i vari modelli si sono in qualche modo fusi e abbiamo iniziato a capire cosa serviva per surfare quelle onde particolari. Prima di allora, la maggior parte dei surfisti, praticamente tutti, avevano solo una tavola da surf e la usavano in ogni condizione. Onde piccole, onde gigantesche, a Sunset beach, a Pipeline. Era così.
È stato solo negli anni ’70 che si è capita l’importanza di avere un’intera gamma di tavole da surf – per onde piccole, onde gigantesche, per Sunset, per Pipeline – ognuna con uno shape leggermente diverso. Era un’idea rivoluzionaria. (la famosa shortboard revulution, n.d.r.).

Questo ha spinto più persone verso la North Shore e ad avvicinarsi al surf?

Ogni passo in avanti nell’evoluzione della moderna tavola da surf ha reso il surf un po’ più semplice per le persone che non l’avevano mai praticato prima, ed è questo che ha reso il surf popolare aumentando il numero di praticanti.
Questo è ciò che è successo molto rapidamente negli anni ’70: all’improvviso le tavole erano facili non solo da trasportare, ma anche da caricare in auto. Il surf ha sempre esercitato questo fascino anche sulle persone che non lo hanno mai praticato. Quando vedono qualcuno fare surf dicono: “Wow! Sembra divertente. Voglio provarci anch’io!”. E se la tavola da surf rende le cose più facili, allora si appassionano – e guarda quanto è diventato popolare questo sport oggi.

Nel film parli di rubare le onde. Come quella mentalità ha plasmato il tuo modo di surfare?

Se il tuo obiettivo è migliorare nel surf e ci sono già molti surfisti nel tuo spot, allora devi essere aggressivo, perché l’unico modo per diventare sempre più bravi nel surf è cavalcare molte onde ed esercitarsi tanto.
Se ci sono molti altri ragazzi che si scatenano tra le onde, a volte non puoi semplicemente aspettare che arrivi di nuovo il tuo turno. Salti la fila. E io l’ho fatto parecchie volte, il che non è stato molto corretto, ma allora ero così. Oggi sono cambiato.

Non molto tempo fa sono stato a Eisbach (fiume in cui si pratica il river surfing a Monaco, n.d.r) e ho notato che c’era una coda e tutti aspettavano il proprio turno. E ho pensato “Wow, che cosa fantastica!” Ho sperimentato che qui l’atteggiamento, l’atmosfera, è davvero come agli inizi del surf, dove tutti accolgono tutti e tutti si divertono e sorridono. Ci ho riflettuto e ho detto “Sì, è davvero semplice”. Tutti sanno a chi tocca, ma perché non facciamo sempre così? Il mondo sarebbe un posto molto migliore se ognuno aspettasse il proprio turno.

Qual è stato il tuo surf trip più memorabile?

Il nostro primo viaggio a Bali. Era un posto davvero magico per il surf e per le onde. E G-Land, anche se il primo vero viaggio a G-Land è stato davvero frustrante perché siamo andati in barca e quella lineup è così lunga – l’onda è talmente lunga che non siamo riusciti a capire dove fare il take-off.
Quella lineup non era molto chiara per noi. Abbiamo ancorato le barche alla fine dell’onda e siamo partiti da lì. Ogni volta che ci sedevamo sulla tavola, guardavamo oltre la linea e aspettavamo quella che sembrava un’onda migliore, quindi raggiungevamo quel punto e alla fine qualcuno si girava e diceva: “Wow, dove sono le barche?” Eravamo arrivati così lontano, che eravamo oltre un chilometro e mezzo di distanza dalle barche. Ci è voluto un po’, in realtà abbiamo trascorso molto tempo sulla spiaggia prima che potessimo davvero capire la lineup di G-Land.
Quindi penso che il viaggio più bello sia stato proprio quello a Bali. Naturalmente una volta che abbiamo iniziato a prendere confidenza con G-Land – perché era un luogo un po’ più complesso per il surf rispetto a Uluwatu – quelle sono state davvero le onde più impegnative.

Un’altra parte molto importante della tua vita è lo yoga. Quale influenza ha avuto su di te?

Amavo già il surf, ma nel 1968 ho iniziato a creare le mie tavole, quindi immagino sia una coincidenza che anche lo yoga sia arrivato in quel momento. Ripensando a tutto, penso che dovesse andare così, perché per ogni domanda difficile e importante che io abbia mai avuto nella vita, lo yoga mi ha dato la risposta.
Ad esempio, cosa succedeva quando stavo male per aver perso una gara? Lo yoga mi ha insegnato che nella vita non si tratta mai di vincere. Si tratta di gestire le situazioni, e quando sei in grado di farlo, non perdi mai. Anche se arrivi ultimo, hai comunque vinto qualcosa. Quello è stato un momento di luce per me.
Credo davvero che la forma più alta dello yoga sia la sua spiritualità e ci fa comprendere cosa sia davvero la vita.

Dopo la tua carriera nel surf, ti sei trasferito in Oregon. Come mai hai deciso di trasferirti lì e cosa fai ora?

Siamo arrivati qui nell’estate del 1992, e durante un tour ci siamo detti “Wow, questo è davvero un bel posto“. Poi i miei amici surfisti Derek Ho e Sunny Garcia hanno iniziato a raccontarci quanto fosse bello fare snowboard lì in inverno, così ci siamo appassionati anche a questo sport. Decidemmo di tornare quell’inverno ed è stato uno degli inverni più lunghi che abbiano mai avuto a Bend, nell’Oregon centrale.
Nei 30 anni in cui siamo stati qui, c’è stato solo un altro inverno uguale a quell’anno, ma a quei tempi era normale che la montagna e la città avessero così tanta neve. Ho pensato: “Wow, sarà sempre così!”.
Inoltre ci siamo anche resi conto che era un ottimo posto per crescere nostro figlio. Quindi abbiamo iniziato a stare sempre di più qui; rimanevamo principalmente per l’inverno e la neve. Poi in estate saremmo tornati alle Hawaii ma, a un certo punto, abbiamo scoperto che l’estate nell’Oregon centrale è molto più bella dell’inverno.
Quindi a quel punto abbiamo iniziato a vivere a Bend a tempo pieno e non ho abbandonato completamente il surf, ma c’erano altre cose che occupavano il tempo che prima dedicavo alle onde. Ora il cerchio si è chiuso e ho capito, a questo punto della mia vita in cui non sono più giovane, che il surf è davvero il mio primo e più importante amore. Quindi ora trascorro più tempo che posso tra le onde.

Allora qual è il segreto? Quali sono le caratteristiche di una buona tavola da surf?

Sai, ogni tavola da surf ha le sue qualità; si tratta di scoprirne la personalità e adattarsi, proprio come in una relazione con un partner, un’altra persona o un amico.
Ci sono dei compromessi a cui bisogna giungere, ma puoi davvero trovare molte cose che ti piacciono se metti da parte i tuoi pregiudizi e i lati negativi delle cose. Sono lo Yin e lo Yang. C’è il positivo e il negativo, e non so perché la natura umana sembra soffermarsi sempre più sul negativo che sul positivo.
L’altra cosa importante è capire che la tavola da surf è uno strumento, un’attrezzatura sportiva, diversa da qualsiasi altra. È fatta in modo molto personale, è diversa per ogni persona, e ovviamente ci sono tavole da surf generiche che tutti possono utilizzare, ma se ami davvero il surf e la tua tavola da surf, capisci e impari che certe tavole si adattano meglio di altre. Questo è il concetto di “tavola magica” e i migliori surfisti, Kelly [Slater], Gabriel Medina, John John [Florence], hanno tutti tavole alle quali sono connessi in un modo molto intimo. È una cosa divertente, perché anche ora che esistono macchine sagomatrici in grado di duplicare abbastanza fedelmente una forma, le tavole non sono mai esattamente le stesse.
Questo è un obiettivo inafferrabile degli shapers: provare a ricreare una tavola speciale. Non riesci mai a farlo esattamente, ma puoi avvicinarti abbastanza all’obiettivo finale. Sai che si tratta solo di capire cosa cerchi in una tavola da surf e poi, quando la prendi, capire che ha esattamente tutto ciò che speravi. Tutto sta nell’essere abbastanza flessibili da accettare quella particolare tavola.

Grazie per averci concesso questa intervista, Gerry. Desideri aggiungere qualcosa prima di salutarci?

Credo davvero che tutti noi surfisti siamo molto fortunati perché il surf è un dono perpetuo, è uno sport davvero molto profondo. Nessuno di noi ha davvero esaminato i segreti più profondi che nasconde il surf – forse Duke Kahanamoku ci è riuscito più di tutti. Il surf è qualcosa che può davvero donare a una persona la felicità eterna e sai che quando ce l’hai, non c’è nulla che non va. Mai.

Stacy Peralta, il regista di The Yin Yang of Gerry Lopez
Se da una parte Gerry Lopez, “Mr. Pipeline”, è noto per il suo temperamento nell’affrontare il tube riding, dall’altra ha costruito la sua carriera sul surf aggressivo che ha lasciato dietro di sé una scia di sangue e lacrime. È tanto radicale quanto zen e trascende ogni categorizzazione.
Gerry è uno dei surfisti e shaper di tavole da surf più significativi di tutti i tempi, un imprenditore, un padre di famiglia, una star del cinema e un grande appassionato di yoga che ha spinto il surf oltre nuove frontiere. La sua influenza sul surf moderno è inestimabile. Per la prima volta, la sua storia viene raccontata per intero.
Stacy Peralta è un pluripremiato regista di documentari e uno degli skater più influenti di tutti i tempi. Il suo documentario “Dogtown and the Z-Boys” gli è valso il premio come miglior regista al Sundance Film Festival.

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