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Il Surf a Lavoro

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Alla Surfista Lavoratrice Nettuno mette da subito le cose in chiaro: “Cara, facciamoci a capire. Patti chiari ed amicizia lunga: qui non funziona come in palestra, che ti sistemi gli orari come ti pare, nel mare comando io e le onde le faccio quando mi pare a me”.

Nettuno è di parola, la Surfista Lavoratrice lo capisce subito e da quel momento nella sua vita nulla sarà più come prima. La Surfista Lavoratrice vorrebbe istituire centri di ascolto, sollevare l’opinione pubblica, scendere in piazza per gridare al mondo intero la sua condizione.
Essere Surfista Lavoratrice è una delle figure più a rischio esaurimento e crisi isteriche nella società, dovrebbe essere una categoria protetta a cui passano un supporto psicologico gratuito.
La Nostra però così come ha capito la serietà delle parole del buon Nettuno, capisce altrettanto che deve escogitare delle pratiche di sopravvivenza.

La prima fase della Surfista Lavoratrice è quella di mollare tutto e trascorrere la sua vita surfando (colonna sonora la prima strofa in loop della canzone “stavo pensando a te” di Fabri Fibra). In questo modo ad ogni chiamata di Nettuno lei sarà sempre lì riposata, abbronzata, tonica e pronta con la tavola lungo il fianco.
In prima battuta questa sembra essere l’unica risposta valida ed efficace, così passa le giornate a pensare di cambiare lavoro, buttare nel cesso anni di gavetta professionale le sembra un gioco da ragazza, inizia a pensare a tutte le possibilità di lavori part-time/stagionali e chi più ne ha più ne metta che potrebbe fare e che potrebbero assicurarle la flessibilità di cui ha bisogno.

 

Alla prima fase fatta di progetti e di entusiasmi segue da subito la seconda fase: quella in cui i sogni e i progetti si scontrano con la realtà come una macchina a 100 Km/h su un muro (colonna sonora “la verità” di Brunori sas).
La Surfista Lavoratrice si rende conto che lasciare tutto non è poi così semplice come si aspettava. La sua parte più concreta non fa altro che porle domande fastidiosissime tipo: “Ma come fai da disoccupata a pagarti l’affitto?” “E il mutuo?” “Come farai a mettere la benzina nella macchina per andare a surfare?” “Nessuno ti pagherà mai per surfare, non hai la stoffa!” “Non sarebbe più facile tenerti caldo il lavoro che hai e cercare di conciliarlo con il surf?”.

Nonostante la Surfista Lavoratrice odi profondamente la sua parte più concreta inizia a pensare che forse non ha tutti i torti, forse se avesse 15 anni avrebbe avuto la possibilità di organizzare la sua vita sul surf ma alla sua età diventa tutto molto più complicato ed è qui che a piccoli e contrariati passi la Surfista Lavoratrice entra nella terza fase.

Quasi sempre la terza fase è quella definitiva, quella del tanto odiato “sano compromesso” (colonna sonora “depre” dei Subsonica).
In realtà la terza fase di sano ha ben poco, sancisce infatti definitivamente la continua e constante precarietà emotiva della nostra Surfista Lavoratrice.
Dentro di lei si alternano momenti di rodimento atroce a momenti di felicità estrema quando riesce a uscire prima da lavoro per surfare. Momenti di meditazione per non mandare a quel paese chiunque a lavoro gli rivolga la parola e che per lei rappresenta il demonio che la tiene lontano dalla felicità, a momenti di serenità quasi ascetica quando Nettuno si mette una mano sulla coscienza e le regala giornate di onde proprio nei giorni giusti in cui è libera.

Per i suoi datori di lavoro e per i suoi colleghi la Sufista Lavoratrice non ha una casa ma un cantiere aperto per le innumerevoli volte in cui ha chiesto la mezza giornata libera per un idraulico che doveva riparare una perdita o per un tecnico che doveva risolvere un guasto alla linea internet.
La Nostra calibra questi permessi con precisione chirurgica perché sa che per non dare troppo nell’occhio e per non perdere credibilità se li deve giocare in modo intelligente.
Ogni volta che sono previste onde, dopo il consueto aggiornamento delle 21:30 di LaMMa, inizia il dilemma: “Varrà la pena o no giocarmi il permesso per domani?” “Aspetto qualche giorno oppure me lo gioco subito?”.

Quando dopo un’intensa preghiera a Nettuno la Surfista Lavoratrice si decide per il permesso, dentro di lei si alimenta un entusiasmo incredibile “Evvai! finalmente posso essere come tutti gli altri!” “Domani troverò il picco libero perché tutti staranno a lavoro!!”.
Il suo entusiasmo è destinato a sparire il giorno seguente quando troverà il picco pieno di persone e lei non farà altro che ripetersi ogni santa volta “Ma dove ho sbagliato!?!? Ma quando davano i lavori fighi con tanto tempo libero io ero assente?!”

La Surfista Lavoratrice quando viene inserita l’ora legale pratica dei riti pagani di ringraziamento all’inclinazione dell’asse terrestre. L’arrivo dell’ora legale sancisce per lei l’inizio di quel meraviglioso periodo in cui può surfare all’alba ed al tramonto senza chiedere necessariamente permesso a lavoro.
Da aprile a ottobre si aprono per lei i due seguenti scenari:

  • SURFATA ALL’ALBA: sveglia alle 5 – caricamento tavola e attrezzatura – vestizione da ufficio – arrivo al mare con prospettiva, nella migliore delle ipotesi, di un’ora piena di surf – surfata che si allunga sempre più del dovuto – arrivo trafelato alla macchina – vestizione da ufficio – pettinata approssimativa ai capelli sperando che si asciughino dal finestrino aperto – parcheggio macchina con tavola in bella vista in un posto lontano il giusto dall’ufficio per non dare troppo nell’occhio – arrivo a casa alla sera con lo zaino porta pc sulle spalle e la tavola da surf sotto il braccio.
  • SURFATA AL TRAMONTO: vale tutto quello sopra solo che al contrario

Descritta così sembra l’inferno ma per la Sufista Lavoratrice è il paradiso in terra.
A tutto questo molto spesso fanno da contorno le classiche frasi “ma dovevi venire prima! Prima era meglio!” oppure “ma non puoi rimanere un po’ di più? Guarda che dopo aggiusta”.
La Surfista Lavoratrice ormai pienamente dentro la sua terza fase, risponde solamente “Purtroppo non posso” ma dentro di lei pensa “Ma dai!? Pensi che non le vedo le previsioni!? Ho solo quest’ora, lasciamela godere in santa pace così come è!”

La Surfista Lavoratrice tra i suoi permessi calcolati, tra le sue albe e i suoi tramonti, tra le frasi infelici e a cazzo di cane, a chi le chiede “Ma chi te lo fa fare?” lei risponde sorridendo “Non puoi capire ma fidati che è bellissimo anche così”.
La Surfista Lavoratrice sono io, siamo tuti noi che per campare ci dobbiamo guadagnare la pagnotta lontano dal mare. Non verranno creati centri d’ascolto e continueremo alle volte a guardare gente surfare dai nostri telefonini iperventilando ma a ben vedere se ci contiamo siamo la maggioranza e quindi possiamo raccontare con orgoglio la nostra movimentata vita tra le onde e il lavoro, e custodire dentro di noi la sensazione che si prova a timbrare cartellini al “sapor di sale”.

Articolo a cura di FM

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