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Prova Rondo Bogan e MYLC: “A” come Avventura

di - 21/05/2024

Rondo è un marchio lontano dai riflettori. Nato pochi anni fa in Polonia, propone bici particolari, che hanno in comune un obiettivo ben preciso: essere divertenti anche quando l’asfalto finisce. Fra queste ci sono una manciata di gravel, realizzate in tutti i materiali possibili e con utilizzi specifici.

Foto Martina Folco Zambelli | HLMPHOTO

Abbiamo già raccontato di come il Gravel abbia preso una strada ben precisa, anzi due. Quella delle prestazioni e quella dell’avventura. E abbiamo anche raccontato di come ciascuna delle due possa essere tuttavia percorsa con approcci anche molto differenti. Soprattutto quest’ultima, perché avventura può significare un viaggio in autosufficienza sugli altopiani della Mongolia, ma anche una giornata di alpine Gravel sui trail tecnici della val di Sole… Questo significa che la stessa distanza che c’è fra questi due situazioni estreme può esserci anche fra le bici con cui viverle. A partire dai materiali, per proseguire con le geometrie e la componentistica. E le due Rondo della nostra prova ne sono un evidente esempio.

Rondo Bogan

Assomiglia a una monstercross ed è nata per far sognare, ma con i piedi ben piantati nel mondo reale. La Bogan è la bici che Rondo ha pensato per i viaggiatori più audaci e avventurosi. Non per niente, a darle forma (e sostanza) sono stati alcuni ciclisti della comunità dei bikepacker.
Ha telaio ovviamente in acciaio (tubi Tange Champion), con abbondante luce fra i foderi per montare gomme fino a 2,1” e geometrie piuttosto radicali, per avere stabilità e comfort sulle strade più sconnesse e sulle lunghe distanze.
Su tutto il telaio e sulla forcella ci sono attacchi per poterla attrezzare con portapacchi, parafanghi e portaborracce. A proposito di questi ultimi, non sono piazzati lì a caso, ma in modo da permettere a chi non ne può fare a meno, di montare una frame bag di volume abbondante, senza dover sacrificare le riserve idriche. A enfatizzare l’indole della Bogan ci sono anche il manubrio, con un flare accentuato e un bel nastro morbido (ma con sezione un po’ piccola), la sella WTB, che privilegia il comfort alla leggerezza, e la trasmissione 1×11, con un rapporto finale di 38×42, buono anche per scalare le montagne.

Una spiegazione la merita senza dubbio la forcella. La Rondo RUUT 2 twin tip è infatti una particolare forcella in fibra di carbonio, che permette di modificare la posizione del perno ruota grazie a un flip-chip che può essere capovolto. Questa soluzione permette di alzare e avanzare o abbassare e arretrare la posizione della ruota anteriore, agendo di conseguenza su alcuni parametri della geometria, come angolo sterzo/sella, lunghezza avantreno, offset forcella e altezza movimento centrale. Variazioni che si traducono, alla guida, in modifiche del carattere della bici, che diventa più reattiva o più stabile e che quando si guida in configurazione da viaggio e con l’avantreno più carico, possono migliorare la vita a bordo.

Cosa ci piace

Della Bogan ci sono piaciute la sua facilità e immediatezza, le linee classiche ma non banali, alcuni dettagli come la staffa fra i foderi obliqui (che serve ad afferrare la bici quando è carica), i numerosi attacchi suol telaio, le fascette ai mozzi, il flip-chip sulla forcella. Ci è piaciuto anche il colore, un argento/grigio classicissimo, che difficilmente dividerà il pubblico, e che è spezzato dal viola fluo dei mozzi. Abbiamo molto apprezzato anche il prezzo, che giocoforza deve fare qualche concessione al livello della componentistica, comunque votata alla robustezza e alla praticità, come i freni a comando meccanico. Il peso non è indifferente, ma nella media delle bici in acciaio di questa categoria e, come già abbiamo avuto modo di far notare, quando si viaggia a pieno carico, un chilo e mezzo in più sulla bilancia non fa grossa differenza.

SCHEDA TECNICA – Bogan ST2


  • Telaio: acciaio, tubi Tange Champion

  • Forcella: fibra di carbonio, Rondo Ruut V2 twin tip, attacchi sugli steli

  • Gruppo: SRAM Apex1, 1×11, guarnitura Rondo Direct 38, cassetta 11-42

  • Cockpit: Rondo, manubrio Boomerang 460 mm, attacco 80 mm

  • Ruote: Rondo acciaio, profilo 21 mm, tubeless ready

  • Gomme: Vittoria Terreno, tubeless ready, 29″ x 2,1″ 

  • Peso (rilevato): 11,170 kg (taglia L)

  • Prezzo: 2.459 euro

GEOMETRIA – taglia L
(Fra parentesi le misure con flipchip in posizione Hi)

  • Stack: 619 mm (611 mm)

  • Reach: 414 mm (423 mm)

  • Foderi: 435 mm

  • Axle to crown: 400 mm (390 mm)

  • BB drop: 80 mm (86 mm)

  • Angolo sterzo: 70° (70,8°)

  • Angolo sella: 73° (73,8°)

  • Offset forcella: 45 mm (55 mm)

  • Taglie: S, M, L, XL

Rondo MYLC

Se la Bogan è una monstercross, la MYLC è l’anello di congiunzione con il mondo MTB. Più i terreni diventano impervi e tecnici, più lei (e chi la guida) si esalta: la MYLC è quasi un esercizio di stile degli uomini Rondo per mostrare fin dove si possono ampliare i limiti offroad del Gravel. Per capire la MYLC basta leggerne la scheda tecnica a cominciare dalle quote. Battezzata EGG (Enhanced Gravel Geometry), la geometria è caratterizzata da un reach abbondante, uno sterzo aperto e un avantreno lungo, che richiamano senza falso pudore una impostazione tipicamente MTB. È infatti a questo mondo che i camici bianchi si sono ispirati per mettere nero su bianco questa hard gravel, che meno vede l’asfalto meglio si sente. E, se non bastassero gli indizi di cui sopra, si aggiunga la compatibilità con il reggisela telescopico e il telaio in fibra di carbonio con “sospensione passiva”. Sostanzialmente un mix di forme e spessori che permettono una deformazione longitudinale in grado di aumentare il comfort e l’efficacia della bici sui fondi più sconnessi. La componentistica della MYLC – e il suo prezzo – sono su un livello leggermente superiore rispetto alla Bogan, grazie alle ruote, al gruppo, alla sella San Marco Shortfit e al cockpit. A proposito di trasmissione, qui la guarnitura è da 42 denti, per un rapporto finale più lungo.
Anche questa bici è caratterizzata dalla presenza di molti attacchi su telaio e forcella, nonché dal Vario Geo Concept, basato sulla presenza di una forcella con posizione del perno ruota variabile. Sebbene si tratti di una forcella leggermente differente rispetto a quella montata sulla Bogan, il funzionamento del sistema è identico e sfrutta il medesimo flip chip ribaltabile. In questo caso, le variazioni di stack, reach e angoli sono leggermente più contenute fra le due posizioni Hi e Low, ma comunque apprezzabili nelle sensazioni di guida.

Cosa ci piace

Della MYLC abbiamo apprezzato l’originalità del progetto e la sua efficacia sul campo, in termini di comfort e capacità di tenere il posteriore a terra. Nel fuoristrada più tecnico regala linee dirette e sorrisi. Peccato che il telaio non possa alloggiare pneumatici oltre i 47 mm, perché le doti da hard gravel ne trarrebbero ulteriore beneficio. Anche in questo caso, finiture e dettagli sono di buon livello (molto particolare e ricercato l’attacco manubrio) e ben vengano i molti attacchi sul telaio, che faranno contenti i viaggiatori. Esteticamente è di sicuro una bici che divide, con quel tubo sterzo squadrato e massiccio e la gobba sul top tube in stile Canyon Inflate, ma a noi piacciono il coraggio e la personalità.

SCHEDA TECNICA – MYLC CF2

  • Telaio: fibra di carbonio, Rondo MYLC Fly carbon

  • Forcella: fibra di carbonio, Rondo MYLC twin tip, attacchi sugli steli

  • Gruppo: Shimano GRX misto, 1×11, guarnitura Rondo Direct 42, cassetta 11-42

  • Cockpit: Rondo, manubrio Flare 2 460 mm, attacco ICR 75 mm

  • Ruote: Rondo acciaio, profilo 23 mm, tubeless ready

  • Gomme: Vittoria Terreno Mix, tubeless ready, 29″ x 40 mm

  • Peso (rilevato): 9,670 kg (taglia L)

  • Prezzo: 3.799 euro

GEOMETRIA – taglia L
(Fra parentesi, le misure con flipchip in posizione Hi)

  • Stack: 602 mm (598 mm)

  • Reach: 430 mm (435 mm)

  • Foderi: 425 mm

  • Axle to crown: 400 mm (390 mm)

  • BB drop: 70 mm (75 mm)

  • Angolo sterzo: 68° (68,6°)

  • Angolo sella: 73,4° (74°)

  • Offset forcella: 45 mm (55 mm)

  • Taglie: S, M, L, XL

Mi piacciono le biciclette, tutte, e mi piace pedalare. Mi piace ascoltare le belle storie di uomini e di bici, e ogni tanto raccontarne qualcuna. L'amore è nato sulla sabbia, con le biglie di Bitossi e De Vlaeminck ed è maturato sui sentieri del Mottarone in sella a una Specialized Rockhopper, rossa e rigida. Avevo appena cominciato a scrivere di neve quando rimasi folgorato da quelle bici reazionarie con le ruote tassellate, i manubri larghi e i nomi americani. Da quel momento in poi fu solo Mountain Bike, e divenne anche il mio lavoro. Un lavoro bellissimo, che culminò con la direzione di Tutto MTB. A quei tempi era la Bibbia. Dopo un po' di anni la vita e la penna parlarono di altro, ma il cuore rimase sempre sui pedali. Le mountain bike diventarono front, full, in alluminio, in carbonio, le ruote si ingrandirono e le escursioni aumentarono, e io maturavo come loro. Cominciai a frequentare anche l'asfalto, scettico ma curioso. Iscrivendomi alle gare per pedalare senza le auto a fare paura. Poi, finalmente arrivò il Gravel, un meraviglioso dejavu, un tuffo nelle vecchie emozioni. La vita e la penna nel frattempo erano tornate a parlare di pedali: il cerchio si era meravigliosamente chiuso.