Doping granfondo e quei professionisti mancati

Senza troppi giri di parole stiamo facendo diventare le granfondo un ricettacolo di gente che non ama la bicicletta ma che usa il nostro sport per sfogare delle situazioni di disagio personale.

17/07/2019
scritto da Davide Sanzogni

Prima di tutto una considerazione, che va oltre il parere personale: il doping non è una malattia che interessa solo il soggetto che trasporta questa sorta di “ospite” ma una piaga che interessa tutti, per tutti ci riferiamo al circus, il nostro caro mondo dello sport. Chi fa finta di nulla, oppure chi è solo capace di criticare, per certi versi è complice. Su queste pagine di norma scriviamo di tecnica, preparazione ed eventi. Anche quando pochi giorni fa abbiamo espresso qualche considerazione sui cosiddetti “professionisti delle granfondo” lo abbiamo fatto numeri alla mano, potenza e riscontro cronometrico come e’ nostro stile, per poi allargare il discorso alle prestazioni di tutti i partecipanti. Perché ci rivolgiamo a tutti gli appassionati, non solo ai primi dieci o cento classificati di una certa manifestazione.

Per questo nostro approccio, volutamente tecnico, non siamo entrati nel vivo della discussione che si e’ scatenata in queste settimane a seguito della positività del vincitore della Sportful. Troppe le prese di posizione di pancia e le parole a vuoto quando alla fine sul fatto in se’ non ci sarebbe molto da dire, vedi il prossimo paragrafo.

In base alle norme vigenti il doping amatoriale non e’ reato per la giustizia ordinaria (come invece e’, ad esempio, in Francia) mentre lo sono lo spaccio e la somministrazione.  In Italia si tratta di materia di azione della giustizia sportiva che, fatte tutte le valutazioni del caso e stabilisce la sanzione opportuna. Una squalifica, più o meno lunga, senza bisogno di invocare pene corporali come avvenuto in questi giorni sui social (anche se si può capire e comprendere l’incazzatura).  All’opposto, leggere giustificazioni in nome dei sacrifici fatti ci lascia interdetti. Allenarsi duramente per la propria passione e’ certamente un impegno ma non deve essere un sacrificio ( della serie, se diventa un sacrificio stai a casa a farti una pizza con a birretta). Se lo diventa allora delle due l’una: o questa passione e’ diventata un lavoro (mal pagato) oppure si sta andando verso una patologia che sfocia nel masochismo, pur di appagare il proprio ego.

Ben vengano dunque i controlli e che si faccia sempre maggiore pulizia, non solo nelle granfondo ma anche nelle gare a circuito che a decine si svolgono ogni settimana lungo lo stivale. E soprattutto, ci piacerebbe vedere altrettanto zelo e risonanza mediatica anche rivolti ad altri sport, tanto a livello agonistico che amatoriale. Ma ci viene da aggiungere: se ti presenti alle gare della “pummarola”, con una lista di esenzioni, certificati e quant’altro è meglio che stai sul divano a curarti! Non correre in bici, forse non è il momento giusto per fare degli sforzi che potrebbero compromettere ancora di più il tuo stato di salute, o comunque un fisico debilitato. In questo caso però, non è tutta colpa del ciclista, dello sportivo in genere ma di un sistema che è il primo a non essere chiaro e limpido, che ti permette di assumere farmaci, o supplementi e di praticare sport. Se sei malato stai a casa a curarti e poi torni a fare sport. Proviamo ad eliminare i certificati medici, sarebbe già un gran passo in avanti. Zero scuse, zero scorciatoie, se ti sei dopato lo hai fatto in modo del tutto consapevole, con la volontà di migliorare la tua performance atletica che prevede uno sforzo fisico.

Con questo abbiamo esaurito, dal nostro punto di vista, l’argomento doping relativo ai singoli episodi e veniamo al motivo per cui abbiamo deciso di scrivere, ovvero le conseguenze che hanno avuto questa ed altre precedenti positività sugli eventi. Uno dei tre temi che trattiamo, insieme a tecnica e preparazione. E’ un fatto che per l’organizzazione di una granfondo sia gravata da responsabilità e costi. Di anno in anno diventano sempre più pesanti. In questo contesto la manifestazione funziona solo quando diviene evento, ovvero si hanno almeno un migliaio di iscritti e un buon ritorno di immagine per sponsor e territorio. L’agonismo e le classifiche divengono un aspetto marginale della manifestazione. Il doping una grossa seccatura che rischia di offuscare l’immagine da cartolina di una bella giornata di sport. Eppure, anche chi in passato gestiva l’agonismo in modo differente dal format “granfondistico in Italia” ora si è adeguato a questo protocollo (vedi ad esempio Francia, Spagna, Belgio), perché, per loro stessa ammissione “l’agonismo e la sfida portano iscrizioni, che arrivano anche dall’estero”.

Va ricordato che gli organizzatori possono richiedere i controlli ma mandarli e’ prerogativa di NADO e NAS. Che l’accertamento può’ essere effettuato solo in presenza di un funzionario di tali enti e che in Italia uno solamente e’ il laboratorio autorizzato ad effettuare le analisi, quello dell’Acqua Acetosa di Roma. Allora gli organizzatori cercano di correre ai ripari in altri modi, ad esempio inserendo nel regolamento sanzioni economiche a carico del concorrente scorretto, in solido con la squadra. 9 Colli e Sportful hanno fatto scuola in questo, ma si tratta di una via che passa per una causa civile con tempi e costi non trascurabili, non alla portata di tutti i comitati organizzatori.

Altri stanno valutando, qualcuno ha avanzato la proposta di non assegnare i premi per la classifica assoluta ma solo di categoria. Un modo per togliere enfasi alla vittoria assoluta (ma i primi tre, se ci pensate, risultano per forza premiati di categoria, quindi “Cui prodest ?” A chi giova ? Senza scontentare i tanti agonisti che si danno battaglia per i piazzamenti di categoria e senza, soprattutto, togliere la classifica assoluta. Perché, checché se ne dica, e’ la classifica assoluta la molla che spinge la maggior parte, anche quelli che non hanno ambizioni di classifica, a dare il proprio massimo. Lo stimolo a migliorarci.

La celebre frase “l’importante non e’ vincere ma partecipare” e’ un clamoroso falso storico (per tutti e a tutti i livelli). Innanzitutto non e’ frutto dell’ispiratore delle olimpiadi moderne, Pierre de Coubertin, che non a caso per le Olimpiadi adotto il motto “Citius!, Altius!, Fortius!” espressione in latino che significa “Più veloce!, più in alto!, più forte!”. L’essenza stessa dell’agonismo e del superare gli altri e i propri limiti. De Coubertin riporto, in forma sintetica, il seguente motto “L’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo. Vincere senza combattere non è vincere”. Che ha un significato ben diverso… e cui potremmo aggiungere, per quanto scontato, vincere barando, non e’ vincere.

Un altro esempio in questo: buona parte di chi va a pedalare (pedalare, non competere) alla Maratona delle Dolomiti, lo fa per piacere, con la voglia di andare in bici in un contesto unico, per vacanza e con le strade chiuse al traffico, cosciente che il primo assoluto arriverà 60/90/120 minuti prima di lui/lei. Eppure ci sono gli sbarramenti orari che permettono un avanzamento di griglia per l’edizione successiva; anche questo è una forma di agonismo che, in qualche modo, porta a migliorarsi e sfidare se stessi.

Di questo sono consapevoli crediamo, sia gli appassionati che gli organizzatori. La strada per combattere il doping e’ lunga. La speranza e’ che le manifestazioni cui amiamo prendere parte non siano vittime di questa battaglia. Permetteteci un accostamento: il doping nello sport è un pò come la raccolta differenziata, la storia ci insegna che, probabilmente non si arriverà mai allo zero assoluto ma nel secondo caso un approccio differente in termini di cultura ha migliorato le cose. Come facciamo a non pensare al doping in un periodo storico dove la tv ti dice che “se non prendi le vitamine appena sveglio sei uno sfigato?” Cultura ed educazione.

a cura della redazione tecnica, Davide Sanzogni, foto di Sara Carena, Matteo Malaspina, Campagnolo, GF Mont Ventoux, Sportograf

 

 

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