Quale sarà futuro per le granfondo in Italia?

Costi ed agonismo esasperato, due problematiche di cui è necessario parlare, eppure, il format granfondo all’italiana è un qualcosa che viene emulato in tutto il mondo.

11/03/2019
scritto da Davide Sanzogni

E’ ormai ufficialmente partita la stagione 2019. E’ difficile dare un numero preciso ma saranno alcune centinaia le manifestazioni granfondistiche che si svolgeranno sul territorio nazionale nei prossimi mesi: siamo partiti da meta’ febbraio circa, per arrivare a meta’ ottobre, agosto escluso a differenza dell’oltralpe. Nelle scorse due decadi, le granfondo hanno svolto un’importante funzione di tramite del movimento ciclistico amatoriale ma adesso, nonostante la voglia di bici sia in costante crescita con oltre due milioni di praticanti stimati dall’ISTAT, questa tipologia di manifestazione non sembra crescere di pari passo: c’é una sorta di stallo.

A sentire la pancia del gruppo la colpa e’ principalmente dei costi delle iscrizioni, troppo alti e del clima agonistico troppo esasperato. Ma siamo sicuri che la questione vada posta in questi termini ?

Circa il primo aspetto, basterebbe considerare che in eventi realmente costosi come la Nove Colli, la Maratona delle Dolomiti, l’Oetztaler (tanto per citare i più famosi) ogni anno si registra il tutto esaurito o che i nostri adorati cavalli da corsa hanno spesso dei prezzi da listino paragonabili a piccole motociclette. Senza contare che a molte altre gran fondo, anche importanti e bene organizzate (un nome per tutti la Felice Gimondi di Bergamo), e’ spesso possibile iscriversi a quote inferiori ai 35 euro purché ci si muova per tempo. In questo caso specifico diciamo “tanta roba”, per una delle manifestazioni meglio organizzate, con un contesto cittadino per nulla facile da gestire, che non avrà i panorami alpini ma è un esempio in fatto di gestione a 360°. Comunque scriviamolo, visto che è un dato di fatto, un’iscrizione ad una granfondo costa meno di uno skipass in molte località sciistiche.

Del resto, guardando le cose dal lato del comitato organizzatore, le spese, gli adempimenti burocratici, in generale le responsabilità e tutto quello che non si vede (o che il ciclista partecipante non vede) sono aspetti cresciuti paurosamente nelle ultime stagioni. Gli anni in cui per alcuni organizzare una granfondo sembrava un’iniziativa sicura e addirittura redditizia (!) sono ormai alle spalle. Non vogliamo tediarvi snocciolando una serie di numeri ma organizzare una granfondo con servizi e sicurezza nella media oggigiorno costa dai 30000 euro in su (questa cifra non è buttata li a caso è un dato di fatto se si vogliono rispettare alcuni canoni). Se qualcuno vi dice il contrario non sa di cosa parla o peggio lo fa in malafede o peggio ancora, se fosse un organizzatore, meglio stare alla larga perché’ vuol dire che sta risparmiando da qualche parte.

Non siete convinti? Pensate solo a quante cose vanno messe in cantiere: transenne, palchi, cronometraggio, scorte tecniche, ammiraglie, cambi ruota, macchine che aprono e chiudono la corsa. Quindi pacco gara e pasta-party. I preziosissimi volontari, che pur prestano il loro tempo su base volontaria, non si possono congedare con un “ciao e arrivederci al prossimo anno”. Una sostanziosa donazione all’associazione di cui fanno parte e’ doverosa. E poi restano fuori i premi, le ambulanze, i ristori, i giudici, l’elettricista, lo speaker, la perizia tecnica per garantire che si siano rispettate le recenti quanto stringenti norme anti-terrorismo, le varie assicurazioni e tanto altro. Questi sono tutti servizi per cui un comitato organizzatore deve corrispondere con moneta sonante, perché la sola passione non basta.

Appare chiaro che manifestazioni con meno di 1000 iscritti, senza qualche sponsor (sempre più rari e con budget limitati), fatichino a stare in piedi con le proprie gambe. Questo sta mettendo a dura prova i piccoli comitati che come scopo principale avevano quello di fare promozione dell’attività ciclistica sul territorio (e talvolta nonostante il territorio), che ora si trovano costretti ad operare delle scelte, che in molti cosa sono dei tagli, tagli che diventano mancanze nei confronti dei “clienti” (ciclisti), che contribuiscono ad aumentare lo scontento. A questo punto (e da praticanti noi scriviamo “giustamente”) un amatore, valuta attentamente il da farsi. La decisione finale è figlia anche di costi che ricadono direttamente sul “cliente”, non attraverso l’iscrizione: i costi delle trasferte.

Che fare? Puntare su pochi eventi importanti o magari farne di più ma restando in zona? Ognuno decide sulla base delle proprie inclinazioni e possibilità; e’ il bello di avere un’offerta ricca ma certamente gli eventi locali si trovano a pescare all’interno di un bacino ristretto. Non e’ un caso perciò che solo le manifestazioni che riescono a coinvolgere il territorio per finalità turistiche, garantendosi cosi’ sia sostegno diretto che indiretto (permessi, collaborazione delle associazioni, etc..), stiano crescendo o almeno mantenendo i propri numeri. E’ un fatto che una certa fascia di amatori e’ più motivata a spendere per un weekend in una località turistica, che per una competizione mordi e fuggi. Vogliamo aggiungere: se a queste motivazioni ci sono anche degli interessi veicolati dalla tv, quindi si tocca anche l’aspetto oltreconfine, il tutto si amplifica.

Abbiamo menzionato il termine “competizione”, in un certo senso il secondo punto di questo scritto, quello legato all’estremo livello medio di agonismo raggiunto da questi eventi. Chi vince fa da parafulmine (viste le recenti vittorie a Loano, Laigueglia, Strade Bianche “nomen omen” si direbbe, tre granfondo due vincitori) ma la verità e’ che noi cicloamatori siamo tutti in buona misura agonisti: chi più, chi meno, siamo tutti dei “pummarola pro”. Il problema sorge perché oggigiorno chi vuole essere competitivo deve fare vita da atleta e solo in seconda battuta raccoglierà dei risultati di un qualche rilievo in virtù del proprio motore genetico. Chi trascura l’alimentazione, non si allena con costanza (da 10 ore alla settimana in su per intenderci) e non usa la testa, intesa sia come determinazione ma soprattutto come consapevolezza di cosa si sta facendo (misuratori di potenza e/o preparatori sono fondamentali in questo), rischia di tornare a casa deluso se non consapevole di questa situazione. Eravamo in griglia a Laigueglia, abbiamo sentito i discorsi di ragazzi giovani e determinati che si dicevano sicuri di entrare nei primi 50 della classifica assoluta. Per molti non e’ stato cosi’ e non deve stupire. Guardiamo la classifica: 110km e quasi 2000 metri di dislivello volati dai primi 100 classificati ad oltre 35km/h (e i primi 200 partecipanti arrivati comunque sopra i 33km/h di media). Arrivati da tutta Italia e dall’estero, persone di tutte le eta’, condizione sociale e stato civile. Tutti che non lavorano? Tutti dopati? Noi non lo crediamo, anche perché corriamo li in mezzo e di molti conosciamo l’impegno. Qualcuno di questi è un pro mancato (anche se fare l’atleta, oppure averlo fatto da giovane è un altro mestiere), qualcuno è un fancazzista di natura, ciclista nell’approccio, qualcun’altro è da ammirare, per impegno sportivo, per motore ma anche per l’impegno che ci mette nella vita “normale” di tutti i dì. Lasciatecelo dire: semplicemente gente che sfrutta al meglio le proprie capacita’ per giocare a fare il ciclista per un giorno. Non e’ un caso se la categoria M3 (da 40 a 45 anni) sia una delle più combattute. Praticanti che hanno raggiunto una certa stabilita’ lavorativa e famigliare e che si godono una giornata da corridori.

Pero’ e’ un fatto che fare la vita da atleta richieda sacrifici che per molti, la maggioranza diremmo, non sono giustificabili da quello che tutto sommato alla fine resta sempre un giochino. Cosi’, tolte alcune centinai di praticanti veramente forti (per essere amatori, beninteso) , resta la maggioranza di partecipanti d’indole maggiormente ciclo-turistica che non disdegnano fermarsi ai ristori e specie ad inizio gara non si trovano a loro agio in gruppi sempre più veloci (e garantire sicurezza in queste condizioni e’ un ulteriore difficoltà per gli organizzatori). Nel mezzo, tra queste 2 tipologie, la categoria più’ sfumata ed indefinibile del “vorrei ma non posso/voglio davvero”, costituita da quegli amatori agonisti  che non sono pienamente consapevoli dei propri limiti o non sono disposti a fare vita da atleta. Questi sono quelli che su tutti mugugnano, un po’ come la volpe e l’uva, perché non riescono a conseguire i risultati che vorrebbero e alla fine pure loro risultano scontenti.

Quindi ci troviamo da un lato gran fondo a carattere locale, dove grazie ai numeri limitati e’ più facile sfogare l’animo corsaiolo, ma che faticano a mantenere i livelli qualitativi auspicati da ciclisti, dagli stessi comitati e dai rispettivi  enti di appartenenza. Dall’altra un numero limitato di eventi internazionali che, grazie al sostegno dei territori in cui si svolgono, prospera. Dove l’agonismo e’ presente ma marginale, sia per l’adozione in alcuni casi di formule che neutralizzano i tempi in alcuni tratti (le discese) sia perché stemperato dall’atmosfera di vacanza di gran parte dei partecipanti, spesso provenienti dall’estero. Eventi che consapevoli del loro status e desiderosi di aumentare sempre più la qualità non hanno difficoltà ad aumentare la quota di iscrizione che, per quanto ingente, resta annegata all’interno dei costi di una breve vacanza.

Questi eventi internazionali rischiano di diventare in una certa misura elitari, per quanto si possa considerare elitario un evento da 5000 o più partecipanti, dato che possono comunque assorbire solo una piccola parte degli attuali 100.000 granfondisti che circolano per il Bel Paese. Non e’ un fenomeno nuovo: e’ in corso da alcuni anni e solo il continuo nascere e morire di eventi granfondistici ha in qualche modo mascherato la cosa ma, complice una situazione economica generale non particolarmente favorevole, molti nodi vengono al pettine. Basta una giornata di brutto tempo, con il conseguente venir meno delle iscrizioni economicamente pesanti dell’ultimo minuto, ed una granfondo può trovarsi in difficoltà a coprire i costi.

Ma abbiamo detto, due milioni di praticanti divisi tra strada e MTB di cui oltre 100000 granfondisti. Cosa fanno tutte queste persone, non corrono più?

Naturalmente alcuni corrono alle kermesse in circuito, tanti altri cercano qualcosa di diverso. Si e’ visto un proliferare di “raduni” più o meno informali, gare che non sono gare, che strizzano l’occhio al mondo gravel ed hanno attirato un certo numero di granfondisti: il territorio romagnolo è un esempio in questo, la Nove Colli in origine era un raduno, non dimentichiamolo. Tornano alla ribalta le randonnée e l’ultracycling in genere, le ultra distanze, le ultra maratone, dove la sfida è prima di tutto contro se stessi. Similmente e’ avvenuto per le manifestazioni “eroiche” anche se le copie sono raramente all’altezza degli originali.

Quale sara’ il futuro? Difficile dirlo e neppure vogliamo proporre ricette più o meno realizzabili. Ci limitiamo ad analizzare la situazione ed eventualmente a trovare analogie con quanto accaduto nel recente passato in altri aspetti del mondo bici, basti vedere l’evoluzione che hanno avuto le fiere del settore che in una decade hanno cambiato pelle, così come le città  e i contesti metropolitani iniziano ad amare la bici!

a cura di Davide Sanzogni e della redazione tecnica, foto di Sara Carena, Matteo Malaspina, Camapagnolo

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