Foto Tornanti.CC
Ci sono due scene che riassumono bene il Ciclismo contemporaneo. Milano-Sanremo: Tadej Pogačar cade, si rialza, rientra, attacca sulla Cipressa, stacca i migliori e poi vince in volata. Giro delle Fiandre: Tadej Pogačar, a 18 km dal’arrivo, all’imbocco del Kwaremont comincia la progressione, stacca van Der Poel (gli altri sono già dispersi) e taglia il traguardo in solitaria. Il significato di questo epilogo trascende la vittoria e diventa una narrazione completa.
Eppure, dentro questo racconto all’apparenza perfetto, se lo si osserva senza lasciarsi emozionare, si può notare una crepa: quanto è affascinante assistere a un dominio così netto? E quanto, invece, rischia di trasformarsi in prevedibilità?
Azione e risultato
È il paradosso Pogačar: imprevedibile nelle azioni (quantomeno nel momento in cui deciderà di salutare la compagnia…), prevedibile nel risultato.
I commenti del dopo Sanremo e Fiandre convergono, con pochissime eccezioni, su un punto: Pogačar è oggi il centro gravitazionale del Ciclismo. Anche quando non vince, la corsa si costruisce attorno a lui.
Alla Sanremo 2026, però, è successo qualcosa di più. La gara è stata definita tra le più spettacolari degli ultimi anni, proprio perché il copione non è stato lineare. Caduta, inseguimento, attacco, sprint a due. E non importa se a contendergli la vittoria sia stato un inaspettato Pidcock anziché il pronosticato van der Poel (peraltro anche lui vittima della caduta innescata dallo sloveno e, ferito a mano e braccio, capace di tenerne la ruota fino all’ultima sgasata sul Poggio).
Questo è il primo elemento chiave: Pogačar domina, ma lo fa in modo estremamente ricco, sotto il profilo narrativo. È un corridore che attacca da lontano, cambia ritmo, rischia senza paura. Non è un dominatore “statico”, come potevano esserlo certi specialisti del passato. E, anche quando tutti sanno che il suo ineluttabile attacco sarà sulla Cipressa o sul Poggio o sul Kwaremont, resta difficile fermarlo.
Un Ciclismo diverso
Negli ultimi anni il Ciclismo ha cambiato pelle ed è diventato più spettacolare, con buona pace dei velocisti. Le corse si decidono prima, più lontano dal traguardo. Gli attacchi arrivano quando, fino a dieci anni fa, si era ancora in piena fase di attesa. E Pogačar è il simbolo di questa rivoluzione: attacca dove gli altri gestiscono, anticipa le mosse, forza le altre squadre a reagire (in forza anche dell’altissimo livello della sua).
In questo senso, parlare di gare noiose è quasi una provocazione. I dati e la percezione raccontano un’altra storia: pubblico in crescita, interesse alto, narrazioni forti.
Eppure, il dubbio resta lì, aleggia a mezz’aria.
Il tema è antico e sempre attuale, nello sport tutto: quando un atleta è troppo forte, la tensione narrativa si abbassa. Nel Ciclismo questo effetto è amplificato perché il controllo di squadra è sempre più sofisticato, perché correre come impongono i dati del powermeter riduce l’istintività e l’imprevisto, perché i valori in campo sono spesso chiari già alla partenza.
Il risultato? Una sensazione diffusa tra molti osservatori: “sappiamo già come andrà a finire” e così è stato anche prima della Sanremo e del Fiandre. Inoltre, quando Tadej è “in missione”, difficilmente non la porta a termine. E questa impressione l’avremo anche alla partenza della Roubaix, che ha dichiaratamente messo nel mirino.
Un equilibrio fragile
È una critica che emerge anche nel dibattito italiano: il dominio può dividere, tra chi vede spettacolo puro e chi percepisce una perdita di suspense, anche se – è indubbio – stiamo assistendo alla scrittura di una incredibile pagina della Storia del Ciclismo.
Ma Pogačar sfugge alla noia e qui sta il punto più interessante: Tadej, almeno per ora, sembra evitare questa trappola: difendersi e attendere sono verbi che sembra non conoscere. Attacca anche da favorito assoluto e accetta il rischio di questo modo di correre.
La caduta alla Sanremo 2026 poteva chiudere la sua corsa, invece è diventata parte del racconto.
Pogačar non è imbattibile in senso assoluto, van der Poel, Pidcock, van Aert, Vingegaard, Evenepoel, Ayuso restano rivali credibili. La vittoria non è mai scontata, anche se assai probabile.
Il Ciclismo di oggi vive su un equilibrio fragile. Da una parte ci sono atleti straordinari, prestazioni altissime, corse più dinamiche. Dall’altra il rischio di gerarchie troppo rigide, la prevedibilità del vincitore, la riduzione dell’ingrediente “casualità”.
La Milano-Sanremo e il Fiandre 2026 dimostrano che questo equilibrio può ancora funzionare: abbiamo assistito a una corsa apertissima, ma vinta dal favorito.
Dobbiamo quindi abituarci a una nuova idea di suspense in cui, forse, il punto non è più chiedersi chi vincerà, ma come vincerà, come si svilupperà la corsa e quale sarà la variazione sul tema.





