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Grand Tour Catalunya Gravel, il nostro viaggio (1^ parte)

di - 02/11/2026

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Foto di Martina Folco Zambelli / HLMPHOTO

Quando sul tabellone luminoso delle partenze, accanto al volo Miano-Barcellona, compare la scritta “cancellato”, non siamo sorpresi più di tanto. Sulla Spagna, in particolare proprio sulla costa catalana, sono giorni che diluvia e si susseguono inondazioni. Il nostro aereo già era arrivato a Malpensa con abbondante ritardo a causa del maltempo, e il ritardo aveva continuato a dilatarsi anche sulla prevista partenza. Facile quindi prevedere un epilogo simile.

Per fortuna è mattina e le previsioni indicano un miglioramento del meteo. Inoltre, i nostri referenti in terra catalana, sono sul pezzo e in pochi minuti hanno già trovato la soluzione: trasferimento all’aeroporto di Orio e volo in serata. Perderemo tutto il primo dei cinque giorni del nostro tour in Catalogna, ma la trasferta è salva.

Un grande feeling

Il nostro rapporto ciclistico con la Spagna è intenso e risale a parecchi anni or sono. Sia per esigenze di lavoro, sia per piacere personale, vi abbiamo infatti pedalato più di una volta e siamo sempre rientrati a casa con belle storie da raccontare e, soprattutto, con la voglia di ritornare. Ma il Grand Tour della Catalogna, che eravamo stati chiamati a raccontare, toccava territori a noi ancora sconosciuti.

Deus ex machina di questo progetto è Pol Tarres, atleta e ambassador (fra gli altri) di Pinarello, che insieme ad Alba Hidalgo (pedina fondamentale del suo staff) sono stati i nostri Virgilio e Beatrice in questa avventura. Dei 2.500 km che compongono il Grand Tour Catalunya, in versione gravel, e delle cinque tappe in cui è suddiviso, avevano ovviamente selezionato alcuni tratti significativi, concentrati nel territorio di Lleida, per permetterci di apprezzare la varietà di situazioni e paesaggi che si incontrano pedalando in quella regione.

Finalmente in sella

Nonostante la giornata campale affrontata per raggiungere la Spagna, il morale delle truppe era alto e la voglia di pedalare tanta. Il trasferimento notturno da Barcellone fino al luogo di partenza, lo abbiamo passato dormendo sui sedili del van, cosa che ha reso ancor più magico aprire le imposte della camera d’albergo, il mattino seguente.

Se ci avessero detto che ci trovavamo in Scozia, ci avremmo creduto, senza fatica: eravamo sulle sponde di un lago, con una nebbia fitta posata quasi a pelo d’acqua, dietro la quale si intravvedeva la sponda opposta, alla base di una collina coperta di boschi verdi. Il perfetto scenario per vedere comparire il corpo sinuoso del mostro di Locness…

Il preambolo di una giornata surreale, ricca di emozioni e imprevisti, che ne avrebbero fatto il momento più epico del viaggio. Nuvole basse, vento e freddo in cima al Coll d’Ares, tanta natura rigogliosa, scorci che richiamavano scenari sardi, corsi e anche toscani. Un altro lago stretto e contorto, delimitato da pareti di roccia a strapiombo, e una coda del maltempo del giorno precedente, che ci ha prima sorpresi e poi accompagnati negli ultimi dieci chilometri percorsi al buio, fino a raggiungere Balaguer, la nostra meta. Le pozze d’acqua nella hall dell’albergo, la scia umida fino alle camere e la fusione dei phon per asciugare scarpe e vestiti sono stati l’inevitabile epilogo.
Con il senno di poi, sapere che la giornata si sarebbe conclusa all’hotel Santuari e al ristorante El manicomi, avrebbero dovuto metterci in guardia…

Cambio di scenario

La notte catalana, oltre ad aver portato consiglio e asciugato le scarpe, ha anche lasciato spazio a un bellissimo e caldo sole. Il programma prevedeva un percorso misto, che dopo esserci lasciati alle spalle le alture del giorno precedente, ci ha regalato i primi incredibili cieli che incorniciano le vaste pianure che si aprono a sud e occupano il centro della Catalogna.

Uno scenario completamente differente, fatto di campi coltivati e allevamenti. Quello che, in fin dei conti, con poco sforzo di fantasia, ci si aspetterebbe pensando alla Spagna. Oltre ai cieli blu sconfinati, con quei cumuli enormi, soffici e bianchissimi, sospesi e mezza altezza, a colpirci di questo territorio sono i paesi. Piccoli, alcuni microscopici, con quelle case dall’architettura incerta e un po’ disordinate, che sembrano essere disabitate. Per la verità, uno disabitato per davvero lo abbiamo attraversato: una struttura unica, con una micro chiesetta senza porte, con il soffitto sfondato a metà, le pareti ancora dipinte e un paio di panche all’interno, su uno dei tetti adiacenti un segnavento che girava veloce cigolando.

Piacevoli sorprese

Al termine di un’altra giornata ricca di emozioni per gli occhi e l’anima, ci attendeva una sorpresa. A Ponts, destinazione di arrivo, ci sta aspettando l’alcalde (il sindaco). Ci vuole conoscere e fare gli onori di casa. Giusto il tempo di farsi una doccia e rendersi presentabili che Josep è fuori dall’hotel, ansioso di accompagnarci fra le vie del suo paese e raccontarcelo. Una persona davvero squisita, capace di scherzare su una scritta che qualche concittadino polemico gli ha dedicato sul muro di un edificio che attende di essere ristrutturato, orgoglioso del suo paese e fiero di mostrarci il piccolo museo appena inaugurato, le rovine del castello, i portici medioevali e la chiesa dedicata a santa maria del rosario, dove abbiamo scherzato con il parroco, in perfetto italiano.
La lunga giornata termina naturalmente a cena, dove in nostro onore è stata prparata una leccornia locale, le caragols, lumache!

(Continua…)

Mi piacciono le biciclette, tutte, e mi piace pedalare. Mi piace ascoltare le belle storie di uomini e di bici, e ogni tanto raccontarne qualcuna. L'amore è nato sulla sabbia, con le biglie di Bitossi e De Vlaeminck ed è maturato sui sentieri del Mottarone in sella a una Specialized Rockhopper, rossa e rigida. Avevo appena cominciato a scrivere di neve quando rimasi folgorato da quelle bici reazionarie con le ruote tassellate, i manubri larghi e i nomi americani. Da quel momento in poi fu solo Mountain Bike, e divenne anche il mio lavoro. Un lavoro bellissimo, che culminò con la direzione di Tutto MTB. A quei tempi era la Bibbia. Dopo un po' di anni la vita e la penna parlarono di altro, ma il cuore rimase sempre sui pedali. Le mountain bike diventarono front, full, in alluminio, in carbonio, le ruote si ingrandirono e le escursioni aumentarono, e io maturavo come loro. Cominciai a frequentare anche l'asfalto, scettico ma curioso. Iscrivendomi alle gare per pedalare senza le auto a fare paura. Poi, finalmente arrivò il Gravel, un meraviglioso dejavu, un tuffo nelle vecchie emozioni. La vita e la penna nel frattempo erano tornate a parlare di pedali: il cerchio si era meravigliosamente chiuso.