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SURFER magazine ci ha lasciato, soli.

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A cura di Francesco Aldo FiorentinoSurfer’s Den

Con l’appropinquarsi del nuovo millennio ci sono stati degli accadimenti che hanno modificato, minacciato, ineluttabilmente il surf-mondo. Forse più che di accadimenti possiamo parlare di fatti drammatici o addirittura catastrofi se siamo pessimisti.
Non sto parlando delle varie morti di numerosi nostri eroi che sono stati consegnati al pantheon del surf-mondo per diventare immortali, ma della caduta di due istituzioni fondanti per la nostra identità.

Nel 2005 la Clark Foam ha chiuso e ed è stata distrutta per lo stesso volere del suo geniale fondatore Gordon “Grubby” Clark e con la sua distruzione sono andate perdute le dime e gli stampi di svariati tipi di blank, con essi la formula per la produzione del miglior foam mai esistito e un range di stringer per qualità e varietà mai più replicato in scala industriale. Fu un dramma perché Clark Foam forniva il 80% dei produttori di surfboard di questo pianeta. In breve tempo gli altri produttori, soprattutto australiani, ne hanno preso il posto e molte altre aziende produttrici di blank sono nate, il foam non è mancato e non manca, ma la qualità e la varietà di foam e stringer che componevano i blank non è mai stata raggiunta.

Il primo numero di SURFER pubblicato nel 1960 da John Severson (sinistra) e l’ultimo numero della rivista, con la cover di @donaldmiralle

Se la chiusura repentina di Clark Foam ci ha impoveriti e sconvolti, la recente chiusura definitiva e altrettanto repentina di SURFER magazine ci ha annichiliti e lasciati sul lastrico senza mezzi termini.

Surfer magazine, fondata da John Severson (leggi qui il tributo al fondatore della rivista), era chiamata la Bibbia del surf per l’importanza che rappresentava per il mondo del surf. Ne conteneva e codificava la sua storia ed i suoi valori, ne raccontava i cambiamenti e le opportunità come i rischi a cui il surf andava incontro. Era la Bibbia, era l’Odissea ed era Il Capitale, era tutto il mondo del surf ed il viatico per quel mondo…per prendere la cittadinanza nel surf-mondo.

 


La prima uscita di “The Surfer”, pubblicata nel 1960 da John Severson 

Era una rivista che dopo il fondatore John Severson è stata diretta da Matt George, Steve Barilotti, Drew Kampion, Steve Pezman tenendo sempre una qualità altissima e sempre attenta a quello che succedeva nell’ambito del surf-mondo e del real-mondo, senza pregiudizi ne arroccamenti e con un’apertura mentale che non ho mai trovato in nessun’altra rivista al mondo e con spazio per ogni punto di vista.

Ricordo in particolare gli articoli sul surf e la droga, sul surf e il sessismo e il surf e la comunità lgbtq, il surf e l’inquinamento quando di queste cose non ne parlava nessuno. Voglio vedere una rivista di calcio, tennis o golf fare articoli del genere inerenti al proprio sport. Era una rivista davvero libera, senza bavagli, senza timori e senza rancori, era riuscita a rimanere un faro di libertà e cultura ed identità pur cambiando diversi editori ed essendo piena di pubblicità…non ne risentiva assolutamente, non subiva pressione e non aveva atteggiamenti di piaggeria.

La prima cosa che mi colpì più di 30 anni fa però, ancora prima di leggere gli articoli, era l’impaginazione; la prima volta che ne sfogliai una copia rimasi a bocca aperta di fronte a quel caleidoscopio di fotografie, illustrazioni, caratteri e accostamenti di colori. Leroy Grannis, Ted Gambeau, Jeff Divine, Art Brewer e David Carson erano, con foto e grafica, gli artefici di questo rivoluzionario modo di presentare una rivista.

In genere la pubblicità mi urta i nervi e Surfer ne era piena (più o meno una pagina si ed una no) ma non mi dava assolutamente fastidio perché erano pubblicità bellissime fatte da aziende di surfer con surfer e per surfer; mi facevano impazzire le pubblicità sgargianti e innovative della Gotcha, Stussy, Quicksilver, Instict e T&C ma mi piacevano moltissimo anche le pubblicità minori in b/n nelle ultime pagine di aziende sempre del surf mondo ma allora ancora piccolissime, come quelle di Ugg, Surfer kabana, Free Style, Nixon ecc…le sfogliavo, osservavo come da piccolo guardavo Carosello.

Non so se proprio la pubblicità sia stata la causa della morte della Bibbia del surf…forse con l’avvento del digitale la pubblicità dei surf brand si è trasferita in rete genericamente, forse la scelta di dove veicolare la pubblicità e che tipo di pubblicità è passata attraverso manager di surfbrand ormai troppo grandi, che non hanno più come manager dei surfer creativi e probabilmente non si rivolgono nemmeno più a negozi gestiti da surfer, che a loro volta non si rivolgono a surfer ma a poser e kook.
Fatto sta che dopo 60 anni Surfer magazine ci ha lasciati soli con un’ultima bellissima copertina di Donald Miralle, di un paddle out in favore di Black Live Matters ed un bellissimo articolo dell’ultimo editor John Prodanovich, e pochi giorni prima un endorsement coraggioso per Biden e Harris.

Per concludere a me mancherà questo mondo su cui ho avuto modo di acquisire una consapevolezza di quello che bene o male faccio, surfare appena posso, e una appartenenza ad una comunità, un mondo, il surf-mondo.
Sono grato di avere appreso tutto quello che c’è da sapere e mi dispiace molto per le nuove generazioni di surfer, che si approcceranno al surf in un’era in cui il surf è business o sport e sempre meno identità.
Tutti siamo stati molto kooks e un po poser all’inizio, ma c’era Surfer magazine e adesso ci ha lasciati…soli.

Ci sarebbe molto altro da aggiungere, raccontarvi di più sul fondatore John Severson e sulla sua incredibile storia (che puoi approfondire leggendo Questo articolo/intervista di Francesco De Luca o leggendo John Severson’s Surf, libro testimonianza della sua vita, presentato in quest’altro articolo sempre di De Luca) o approfondire alcuni dei contenuti più importanti tra i 60 anni di magazine, o meglio di Bibbia.
Non è questo il momento, per ora vi lasciamo ad alcune delle cover più rappresentative della storia dell’unico e inimitabile Surfer. 

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