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Prova Specialized Aethos Expert

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specialized aethos expert azione in discesa

Affermare, come fa Specialized, che la Aethos è “La nuova bici da strada moderna” sembra quantomeno azzardato, per il semplice motivo che, osservandola, appare come un inno alla classicità. Ma proprio per questa ragione, e andando a vedere la grande parte dell’iceberg sotto la superficie dell’acqua, lo slogan assume un senso. La Aethos è difatti una reinterpretazione della Bici da Corsa più pura.
Un po’ come ha fatto Triumph fra le moto, con i suoi modelli Modern Classic (distanti anni luce dal vintage): si tratta di abbinare forme e stilemi classici con le tecnologie costruttive più avanzate.

Understatement

specialized aethos expert azione in montagna da drone

Ecco, se la Aethos fosse una motocicletta sarebbe la Triumph Thruxton 1200, che sotto il suo abito di velluto a coste ha una ciclistica estrema quanto quella della Speed Triple, la più ignorante delle naked. La Aethos è così. Una bici che se la appoggi alle colonne dalla chiesetta del Ghisallo, si fermano in pochi a guardarla da vicino, ma che quando ci disegni traiettorie precise, in picchiata su Bellagio o ti fa volare sui tornanti che salgono alla Colma di Sormano, allora sì, la guardano con attenzione e si chiedono che diavolo hai sotto il sedere.

Nuova ispirazione

Da un po’ di tempo, ormai, i termini che più di frequente leggiamo sulle cartelle stampa di ogni nuova bici sono “aerodinamica” e “integrazione”, associate ovviamente a “prestazioni”. Molto più difficile, invece, scoprire che la fonte di ispirazione di un nuovo progetto sono state la parola “piacere di guida” abbinata alla parola “stile”. È successo con la Aethos e a farlo accadere è stato il solito Peter Denk, ingegnere dalla cui matita sono scaturiti i progetti più interessanti degli ultimi decenni. Al guru tedesco piace giocare con i confini e le regole, e a memoria non ricordo abbia mai sbagliato una bici, sin dai tempi in cui si dilettava con le gomme tassellate. A dire il vero, a ispirare il progetto è stata anche la parola “leggerezza” e per riuscire a realizzare un telaio che in taglia 56 pesa meno di una borraccia piena di acqua, in Specialized hanno lavorato tantissimo sulle tecniche costruttive del telaio. Il lay-up prevede meno fogli (più grandi), quindi meno resine e forme dei tubi che richiedessero meno materiale di rinforzo.

Parola d’ordine: feeling

Diceva qualcuno che nulla è così difficile come far sembrare le cose semplici… Il risultato è che la Aethos è una bicicletta che trasmette confidenza già dopo poche pedalate. Che il suo peso e la sua rigidezza ti lasciano un po’ di sorriso anche quando hai sulla faccia la tipica smorfia da salita. Che quando finalmente scollini e punti il naso in discesa, la guidi con meno stress perché è precisa e ubbidiente e non paga la sua leggerezza in termini di stabilità. In questo bel quadro, anche le ruote hanno il loro peso, in senso di merito. I mozzi DT scorrono all’infinito e il profilo da 38 mm è un ottimo compromesso fra leggerezza, aerodinamica e rigidezza. Anche gli pneumatici S-Works Turbo da 26 mm sono un buon complemento, sebbene per il tipo di bicicletta trovo più in sintonia la versione RapidAir, ossia tubeless ready.

La domanda sorge spontanea…

specialized aethos expert azione in discesa

Efficace come una Tarmac? No, sebbene abbia la stessa geometria, perché una bici la fanno anche le forme del telaio e non solo angoli e misure. E il carro della Aethos non è così compatto, né i tubi altrettanto aerodinamici. È la domanda che in molti si fanno, ma è una domanda che ha poco senso perché la Aethos non nasce per rubare il posto alla bici di Alaphilippe e Sagan, e con in sella i pro non la vedremo mai (anche perché così leggera bisognerebbe piombarla per bene e il gioco sarebbe finito). Sarebbe però perfettamente a suo agio su una granfondo di quelle con un bel po’ di dislivello, anche se il mondo delle gare le va per indole piuttosto stretto…

Conclusioni

Un appunto però mi sento di farlo, anche se non riguarda le caratteristiche e il comportamento. Va bene l’understatement, ok il minimalismo… però, con l’eccezione dei framekit S-Works (economicamente inavvicinabile per i più), la Aethos non ha opzioni di colore. La Expert della nostra prova, per esempio, è disponibile nel solo Chameleon Oil Tint / Flake Silver. Per carità, si tratta di una raffinata verniciatura cangiante a seconda di come riceve la luce, ma oggettivamente un po’ troppo anonima per una bicicletta che è nata per infrangere le regole, seppur in una configurazione di medio livello (parliamo comunque di ben 7.000 euro).

Tirando le somme, la Specialized Aethos è una bicicletta che soddisfa l’occhio (il mio di sicuro) e anche l’anima. Fra tutti i prodotti di questo livello che ho pedalato, si gioca l’oro nel feeling e nel piacere di guida. In quanto a leggerezza vince a mani basse, ma sarebbe sciocco e riduttivo considerarlo come un valore di giudizio assoluto. Il peso assume un significato importante solo se associato a un pacchetto che ne viene esaltato. Se fosse mia, le infilerei subito un paio di pneumatici tubeless, per portare la sensazione di scorrevolezza e controllo a livelli ancora più alti. Poi, farei l’elenco dei passi alpini che mi mancano e comincerei pian piano a piantare bandierine sulla cartina.

Scheda tecnica

Telaio: Aethos FACT 10R Carbon, Rider First Engineered™
Trasmissione: Shimano Ultegra 12v, guarnitura 52/36, cassetta 11-30)
Ruote: Roval C38, cerchio in fibra di carbonio, canale da 21 mm
Pneumatici: S-Works Turbo, 120 TPI, 26 mm
Prezzo: 7.000 euro

Geometria (taglia 56)

Stack: 565 mm
Reach: 395 mm
Angolo sterzo: 73,5°
Angolo sella: 73,5°
Foderi bassi: 410 mm
Avancorsa: 591 mm
Interasse: 991 mm

Ci piace

  • Immediatezza
  • Piacere di guida
  • Design

Non ci piace

  • Un solo colore, bello sotto il sole, altrimenti anonimo
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Mi piacciono le biciclette, tutte, e mi piace pedalare. Mi piace ascoltare le belle storie di uomini e di bici, e ogni tanto raccontarne qualcuna. L'amore è nato sulla sabbia, con le biglie di Bitossi e De Vlaeminck ed è maturato sui sentieri del Mottarone in sella a una Specialized Rockhopper, rossa e rigida. Avevo appena cominciato a scrivere di neve quando rimasi folgorato da quelle bici reazionarie con le ruote tassellate, i manubri larghi e i nomi americani. Da quel momento in poi fu solo Mountain Bike, e divenne anche il mio lavoro. Un lavoro bellissimo, che culminò con la direzione di Tutto MTB. A quei tempi era la Bibbia. Dopo un po' di anni la vita e la penna parlarono di altro, ma il cuore rimase sempre sui pedali. Le mountain bike diventarono front, full, in alluminio, in carbonio, le ruote si ingrandirono e le escursioni aumentarono, e io maturavo come loro. Cominciai a frequentare anche l'asfalto, scettico ma curioso. Iscrivendomi alle gare per pedalare senza le auto a fare paura. Poi, finalmente arrivò il Gravel, un meraviglioso dejavu, un tuffo nelle vecchie emozioni. La vita e la penna nel frattempo erano tornate a parlare di pedali: il cerchio si era meravigliosamente chiuso.

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