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Fabio Aru, le scarpe non le appenderò mai

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fabio aru con scarpe in mano primo piano

Bentornato Fabio!” recita il poster che gli hanno preparato in Specialized, di cui è ambasciatore in Italia. Per Aru è un ritorno alle origini, visto che i primi giri di pedale li ha dati su una mountain bike Specialized che gli regalò suo papà da ragazzino.

Alla sua seconda stagione da “ex”, Fabio ha lasciato il mondo del professionismo, senza rimorsi né rimpianti. Ma la bici no, quella non ha alcuna attenzione di abbandonarla, anzi ha una grande importanza nella sua seconda vita.

Fabio, come si sta senza numero sulla schiena?

Sono sereno. Smettere è stata una decisione ponderata, che ho preso senza traumi. E poi non ho mai pensato di fermarmi e prendermi un periodo sabbatico, non è nella mia natura. Ho continuato a mettermi in gioco e ho cominciato a fare altre cose che mi piacciono. Ho anche scoperto che mi piace stare in mezzo alla gente, e quanto gli appassionati e i tifosi ci vogliano bene e ci considerino importanti. Mi godo anche di più l’andare in bicicletta, lo capisco dal fatto che, quando pedalo, mi piace guardarmi intorno. Non ho l’assillo dei watt, e questo ti cambia la vita.

Non hai mai avuto paura del “dopo”? Di ciò che avresti fatto una volta terminata la carriera?

No, perché sapevo che mi sarei dato da fare e avrei trovato altri stimoli. L’unico pensiero mi veniva dall’età: non ho ancora compiuto trentadue anni e forse qualche stagione avrei ancora potuto farla. Guarda Valverde…

Rimorsi, rimpianti… Sei contento di come hai corso?

In realtà io non sono mai contento nemmeno quando vinco. Ho aspettative nei miei confronti sempre alte, quindi è ovvio che avrei voluto fare di più, vincere di più. Però, quando ho smesso, stavo proprio male, non avevo la testa, facevo fatica a dormire, ero mentalmente debole. I risultati non arrivavano e la cosa aumentava la sensazione di disagio. Poi, per un breve periodo, dopo aver cambiato squadra, sono stato un po’ meglio, però nella testa la decisione era già maturata.

Rifaresti tutto ciò che hai fatto?

Sai, con il senno di poi e con la maturità, forse certe decisioni impulsive le valuteresti in un modo diverso. Si è più razionali e magari certe cose si accettano più facilmente. Però, quando ho preso le mie decisioni, in quel momento ne ero convinto. Mi è capitato anche di riporre troppa fiducia in un paio di persone che forse non la meritavano. Però sono tutte esperienze che fanno crescere, soprattutto quelle negative. Se hai una carriera tutta di successi, quando torni nella vita reale non sei abituato a picchiare la testa. Quando sei al top, tutti ti trattano come una principessa e non devi pensare ad altro che a correre…

Hai mai avuto delle fissazioni?

Sì, le calze! Cercavo di non cambiare mai le calze durante un grande giro. Per esempio, le calze nuove dovevo metterle solo nel giorno di riposo e mai in quello della tappa. Poi ho anche avuto il periodo degli occhiali neri, se li mettevo bianchi mi succedeva sempre qualcosa…

C’è sempre spazio per la bici nella tua vita?

Parecchio. Corro anche a piedi, ma quando posso esco in bici. Pedalo almeno 3 o 4 volte la settimana e ci sono periodi che esco anche 5 volte.

Pedali ancora con il powermeter?

Certo, sempre. Naturalmente negli ultimi sei mesi non ho più fatto un lavoro specifico, però quando esco spingo. Sono abituato così e mi piace. Sono sempre stato perfezionista e da dilettante, quando avevo qualche soldo, mi comperavo l’ultimo modello di Polar… La bici continua a essere la mia passione. Ho da poco acquistato una moto da cross, ma non mi piace come la bicicletta.

Come è cambiato il Ciclismo, nel corso della tua carriera?

I marginal gain sono diventati sempre più importanti, al punto che oggi qualsiasi team ha la bilancia a tavola: tutti i dettagli sono calcolati. Corretto da un lato perché, quando si può vincere un grande giro per pochi secondi, ogni aspetto diventa cruciale. Pesante e stressante dall’altro, perché non ci si può permettere il minimo sgarro. E poi, la stagione si è sempre più allungata. Una volta, certe gare erano interpretate quasi come una preparazione, penso all’Argentina e al Tour DownUnder, dove ti potevi permettere di arrivarci al 90% della condizione. Ora devi essere al 98% da subito, se no passi metà stagione a inseguire. Occorrono sempre più equilibrio psicologico e capacità di gestirsi, ed è anche il motivo per cui oggi l’aiuto del mental coach è quasi indispensabile. Anche il modo di correre è cambiato, nei grandi giri per esempio non ci sono quasi più le tappe in cui si respira. Ogni giorno sei sempre a tutta, e anche gli allenamenti sono più intensi. Capisco che sia l’evoluzione, anche quella della vita in generale, però ci vorrebbe un po’ più di spazio.

E a livello di bici, come sono percepiti dai corridori gli sviluppi tecnici?

Il 90% degli atleti cura ogni minimo dettaglio anche della bici. Li vedi spesso lì con i meccanici che controllano, si informano, studiano cosa fanno gli avversari. Poi, adesso, c’è un’applicazione che si chiama Velo Viewer che ti permette di fare una ricognizione virtuale di qualsiasi strada e indica addirittura il vento. E tutti preparano le corse anche qui sopra, scegliendo i rapporti in base alle condizioni. Ogni informazione in più è utile. A proposito di rapporti, ultimamente ho notato che il 54 è diventato di default, i velocisti montano anche il 55. Io sono scalatore, ma ci sono state tappe in cui pure io ho dovuto mettere il 54 perché con il 53-11 mi staccavano. Ci sono tappe di pianura, con il vento dietro, in cui vai a 65/70 all’ora, e se non hai il 54 perdi la ruota. E sulle bici da crono mai sotto il 56, certe tappe il 58 e Ganna il 60, però lui è di un altro pianeta.

Quali sono state le innovazioni più apprezzabili a livello di bici?

Sicuramente i freni a disco. Ci hanno cambiato la vita e ora guidiamo più sicuri e più veloci. Piuttosto dammi una bici più pesante, ma non togliermi il disco. Poi anche il cambio elettronico e gli pneumatici tubeless, che usavo nelle tappe con gli arrivi in volata, perché se ti capita di bucare a 7 km dall’arrivo sei fregato.

Cosa pensi di questa generazione di enfant terrible?

Tadej è un fuoriclasse, un talento unico capace di vincere tutto. Quando ho cominciato io, l’esperienza aveva ancora un peso, oggi i giovani vanno subito forte perché hanno già tutti gli strumenti e quindi le informazioni possibili e immaginabili. Io il potenziometro l’ho usato nel primo anno da pro, adesso già gli Junior lo hanno quasi tutti. L’età in cui si può già andare forte si è abbassata di 4/5 anni, e in più a 18 anni hai il fuoco dentro. Nelle ultime stagioni, poi, si è affermata la mentalità della multidisciplina e tante squadre oggi la spingono, anzi prendono gli atleti che arrivano dal fuoristrada e li tutelano. E questa è stata anche la mia fortuna, quando Olivano al Palazzago mi permetteva di fare pure Ciclocross.

Visto che ti piace stare tra i fan e hai sempre voglia di pedalare, quando andiamo a farci un giro con la tua gravel?

Quando vuoi, basta che mi avvisi un po’ prima, che ho un sacco di cose da fare…

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Mi piacciono le biciclette, tutte, e mi piace pedalare. Mi piace ascoltare le belle storie di uomini e di bici, e ogni tanto raccontarne qualcuna. L'amore è nato sulla sabbia, con le biglie di Bitossi e De Vlaeminck ed è maturato sui sentieri del Mottarone in sella a una Specialized Rockhopper, rossa e rigida. Avevo appena cominciato a scrivere di neve quando rimasi folgorato da quelle bici reazionarie con le ruote tassellate, i manubri larghi e i nomi americani. Da quel momento in poi fu solo Mountain Bike, e divenne anche il mio lavoro. Un lavoro bellissimo, che culminò con la direzione di Tutto MTB. A quei tempi era la Bibbia. Dopo un po' di anni la vita e la penna parlarono di altro, ma il cuore rimase sempre sui pedali. Le mountain bike diventarono front, full, in alluminio, in carbonio, le ruote si ingrandirono e le escursioni aumentarono, e io maturavo come loro. Cominciai a frequentare anche l'asfalto, scettico ma curioso. Iscrivendomi alle gare per pedalare senza le auto a fare paura. Poi, finalmente arrivò il Gravel, un meraviglioso dejavu, un tuffo nelle vecchie emozioni. La vita e la penna nel frattempo erano tornate a parlare di pedali: il cerchio si era meravigliosamente chiuso.

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